“Boko Haram brucia le nostre case, vogliamo venire in Europa”...




Viaggio nella Nigeria dei disperati: donne ridotte a oggetti di scambio, giovani generazioni allo sbando. La Presidente della Camera Boldrini tra le baracche di Kuchingoro: «Dobbiamo sostenere il Paese nello sforzo contro il terrorismo»



INVIATA AD ABUJIA (NIGERIA)

«Europa, vogliamo venire in Europa». Tra i 1500 profughi del campo di Kuchingoro, alla periferia di Abuja, il sogno di tornare in quel Borno da cui sono scappati per paura di Boko Haram si perde tra fango e polvere lasciando il posto al desiderio più standard di raggiungere il vecchio continente. La congiuntura tra l’intensificarsi dello scontro con i talebani d’Africa e il crollo del petrolio tiene in scacco il gigante economico che fa i conti con la sfida jihadista ma anche con 2 milioni di sfollati interni, una crescita demografica esponenziale (191 milioni di abitanti di cui il 42% under 14) e un’emigrazione nuova (nel 2016 sono sbarcati in Italia 37 mila nigeriani, la nazionalità più numerosa).  

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«Quanto accade in Nigeria deve interessare il mondo, dobbiamo sostenere il Paese nello sforzo contro il terrorismo e nell’impegno a creare alternative per i giovani, dobbiamo puntare sull’educazione e sulle donne» dice la Presidente della Camera Laura Boldrini tra le baracche di Kuchingoro, una delle ultime tappe della sua visita in Nigeria, la prima istituzionale in Africa subsahariana dalla quale deriverà una conferenza Italia-Nigeria sulle donne da organizzare a Roma in autunno. Sotto la pressione dei flussi migratori l’Europa cerca da tempo la via per risolvere il problema alla radice. Anche il neo presidente francese Macron parla di aiuti allo sviluppo fino al 7% del pil per fermare l’esodo. Solo nelle ultime 48 ore ci sono stati circa 6 mila sbarchi. 

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«La Nigeria è cruciale» ripete Boldrini, che in 4 giorni ha cercato d’intercettare le contraddizioni dell’ottavo esportatore mondiale di greggio dove il 53% della gente vive con 2 dollari al giorno. Un viaggio al termine della notte, dalla capitale Abuja, che ha festeggiato la liberazione di 82 ragazze di Chibok consapevole di quante ne manchino all’appello nei troppi campi profughi, alla Lagos in cui la miseria assoluta della bidonville di Macoco si specchia nella futuristica Dubai africana di Eko Atlantic. Dal Parlamento, dove le donne hanno sudato per conquistare il 5,6% dei seggi, a Benin City, l’epicentro della tratta. 


«Ogni settimana decine di ragazze finiscono in mano ai trafficanti, oggi riusciamo a tracciarle, negli ultimi 15 giorni ne abbiamo rimpatriate 150 dall’Italia e 120 dalla Libia e dal Niger» racconta Julie Okah Donoi, responsabile di Naptia, l’organizzazione governativa che dal 2003 ha recuperato oltre 10 mila schiave del sesso e consegnato ai giudici 323 sfruttatori. Nella sede del centro, tappezzata di poster «Ti troverò un lavoro in Italia...», s’incontrano adolescenti marchiate da violenza, umiliazione, la paura instillata con la magia e depurata dai volontari attraverso protezione, psicanalisi, scuola. Le nigeriane in arrivo in Italia sono in aumento: nel 2016 sono state 11 mila, si stima che l’80% sia destinato al marciapiede. 


«Sognavo l’Europa e mi sono svegliata in Libia senza documenti, prigioniera» spiega Beki, 28 anni, tuta sporca di grasso, nell’officina di Sandra, un centro di recupero sponsorizzato dal governo dell’Edo State dove, dopo aver studiato meccanica, le vittime della tratta aggiustano le auto scassate da una città priva di piano regolatore quanto di asfalto. La presidente della Camera vuole riportare in Italia la voce di Beki e le altre per dire che bisogna aiutare in loco gli aspiranti migranti e soprattutto le donne, la chiave della stabilizzazione di un Paese critico, con 26 Stati in 12 dei quali legifera la sharia, un livello di corruzione da fondo della classifica di Transparency International, grosse chance di crescita e la maglia nera di Amnesty per i diritti umani (il governatore dell’Edo State ha garantito alla Boldrini che prenderà in considerazione la moratoria sulla pena di morte). 


«Ho camminato due mesi per arrivare ad Abuja dal Borno, Boko Haram bruciava le nostre case» sussura Priscilla, turbante colorato e croce al collo. Tiene al seno Daddy di 9 mesi, nato a Kuchingoro come i tre figli di Asfat, stessa sorte ma fede musulmana. Sono i nigeriani di domani, quelli su cui lavora la sezione de-radicalizzazione dell’intelligence di Abuja impiegando insegnanti e imam per “depurare” le menti affette più o meno indirettamente da Boko Haram. La loro storia è gia la nostra...

(La Stampa Mondo)

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