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Aung San Suu Kyi a Roma: mentre in Myanmar continua la pulizia etnica dei Rohingya...




Il premio Nobel Aung San Suu Kyi oggi in visita tra Vaticano e Palazzo Chigi. Sullo sfondo lo sterminio dimenticato della minoranza Rohingya sottoposta alle violenze dell'esercito.



Aung San Suu Kyi oggi, 4 maggio 2017, è in visita in Italia tra Palazzo Chigi e il Vaticano, dove ha avuto un colloquio privato di 23 minuti con Papa Francesco. Sullo sfondo della visita del premio Nobel e attuale ministro degli esteri del Myanmar, c’è lo sterminio etnico dimenticato della minoranza Rohingya, sottoposta alle violenze dell'esercito.

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di Roberta Benvenuto e Matteo Garavoglia

“Abbiamo già fatto sapere al mondo che non abbiamo Rohingya nel nostro paese. Abbiamo solo dei bengalesi nello Stato del Rakhine che vengono e restano”. Senza terra e senza patria. I Rohingya sono un popolo apolide vittima di una persecuzione silenziosa da parte della Birmania. A pronunciare queste parole il 27 marzo è stato Min Aung Hlaing il capo dell’esercito birmano, in una dichiarazione che ben racchiude tutte le contraddizioni e le omertà su popolo, quello dei Rohingya, che di fatto sta subendo una pulizia etnica. Il loro peccato è di essere musulmani in una nazione buddista a forte trazione militare, nonostante la svolta civile al potere degli ultimi anni. Una persecuzione rifiutata persino dal premio Nobel, leader e Ministro degli Affari Esteri del Myanmar, Aung San Suu Kyi. Oggi la Consigliera di Stato è in visita in Italia. Solo qualche giorno fa a Bruxelles ha avuto modo di dimostrare il suo disappunto sulla decisione dell'Onu di indagare sulle accuse di violenze e soprusi da parte delle forze dell'ordine contro la minoranza musulmana.

Donne violentate in gruppo, bambini trucidati in fasce, interi villaggi dati alle fiamme. Questo è quello che testimoniano i Rohingya che sopravvivono alla persecuzione dell’esercito birmano e arrivano nei campi profughi in Bangladesh e in Malesia. Seri abusi dei diritti umani, come emerso dal rapporto dell’Onu pubblicato a febbraio dall’organizzazione a Ginevra.

Sono stati descritti dalle organizzazioni non governative come "il popolo meno voluto al mondo" e "una delle minoranze più perseguitate al mondo".

                                         

Su questo scenario si innesta l’inchiesta Onu, ma anche la richiesta di giustizia che 19 organizzazioni Rohingya hanno portato davanti al Tribunale Permanente dei Popoli. Il 6 marzo a Londra si è dato il via alla prima sessione del tribunale di opinione per fare luce sui crimini contro i Rohingya e i Kachin in Myanmar. A differenza dei primi i Kachin sono cristiani e risiedono nella parte settentrionale del Paese, una vera e propria miniera di ricchezza data dalla presenza di giada, oro. Lo stato del Kachin dopo una violenta guerra contro lo stato centrale, nel 2011 ha firmato il cessate il fuoco. Da quel momento sono stati numerose le ritorsioni e le violenze contro questa minoranza cristiana. Due questioni diverse, ma una stessa paura: quella di essere sfollati, come già il 10% dei Katchin e decine di migliaia di Rohingya, e di essere annientati.

Sono infatti 1,1 milioni i Rohingya a cui non vengono riconosciuti come residenti del Myanmar. “Nel 1982 sono state inanellate una serie di leggi per circoscrivere la cittadinanza birmana, che di fatto, li ha spogliati di ogni riconoscimento. Già nel 1978 con l’operazione King Dragon c’era stata una prima violenta stretta sulla loro richiesta di riconoscimento” spiega Simona Fraudatario coordinatrice del Tribunale Permanente dei Popoli. Repressione che si è poi riproposta nel 2012 e con l’ultima ondata nello scorso ottobre” come conseguenza dell’uccisione di 9 soldati birmani da parte di un gruppo armato Rohingya.


“Il punto è che le violenze non sono perpetrate solo dai militari, c’è una generale intolleranza anche da parte della popolazione civile che li vede come degli invasori. Basti pensare che anche i monaci buddisti sono a favore. Tanto che anche il Dalai Lama nel 2016 ha lanciato un monito ai suoi seguaci. Serve un’azione d’integrazione di lunga durata”.

“Se il tuo paese di residenza non ti riconosce nessuno status è un genocidio annunciato”. Chi parla è Emanuele Giordana, giornalista, che proprio lo scorso dicembre si è recato in un campo profughi Rohingya in Bangladesh, che ne ha accolti circa 500 mila (dati Al Jazeera).


                            

La persecuzione di tipo etnico-religiosa potrebbe essere solo una parte della questione legata al “genocidio silenzioso” dei Rohingya. In un articolo pubblicato sul Guardian all’inizio del 2017, la sociologa statunitense Saskia Sassen ha spiegato come dietro la persecuzione possa esserci uno sfruttamento di tipo economico. Negli ultimi vent’anni, infatti, il governo militare del Myanmar ha portato avanti una politica di requisizione di terre considerate mal sfruttate per affidarle a compagnie private e metterle a reddito. “In altre parole si tratta di land grabbing in favore delle multinazionali”, continua Giordana. Questo tipo di politica, oltre alla comunità locale buddista, ha interessato anche in gran parte lo Stato del Rakhine e le terre abitate dai Rohingya. Sassen parla di più di un milione di ettari confiscati dopo il 2012, anno in cui la cifra si aggirava attorno ai 7mila ettari. Oltra alla distruzione di 1500 edifici civili.


La denuncia di soprusi e violenze ha trovato inoltre una traduzione armata. Esuli Rohingya in Arabia Saudita hanno recentemente formato un gruppo rivoluzionario chiamato “Harakah al-Yaqin”, il quale porta avanti tattiche di guerriglia moderna e ha trovato legittimazione nelle fatwa (organi giuridici religiosi islamici) locali ed internazionali. L’episodio di violenza avvenuto nell’ottobre dello scorso sarebbe riconducibile a questo gruppo islamico radicale.

Nel frattempo, la comunità internazionale fatica a prendere posizioni forti riguardo la situazione dei Rohingya. Solo di recente il Consiglio Onu dei diritti umani ha promosso una “missione d'inchiesta internazionale indipendente” per “accertare la piena responsabilità e garantire giustizia per le vittime” delle violazioni dei diritti umani in Rakhine.

L’ex segretario delle Nazioni unite Kofi Annan, invitato da Aung San Suu Kyi, si è recato per un’ispezione in Myanmar nel dicembre del 2016. Ma si è limitato ad invitare il governo a lasciare libertà di movimento ai Rohingya bloccati nei campi profughi, denunciandone le pessime condizioni. La parola genocidio non è mai stata pronunciata, né dallo stesso Kofi Annan, né all’interno del palazzo dell’Onu. Le cifre, invece, parlano chiaro: dall’ottobre del 2016 sono stati 70mila i Rohingya che hanno lasciato le proprie abitazioni per raggiungere il Bangladesh o la Malesia. Nel corso degli anni si stima che Dacca abbia addirittura accolto tra i 300 e i 500mila profughi. Se questi episodi dovessero continuare a ripetersi, c’è il rischio concreto che il milione di Rohingya attualmente presente nello stato del Rakhine possa emigrare definitivamente. Non solo: il pericolo è anche quello di alimentare un ‘odio etnico’ focolaio di una radicalizzazione religiosa che potrebbe sfociare in atti terroristici. Ma il rischio ancora più grave è la possibilità che ci si possa accorgere del genocidio dei Rohingya troppo tardi, quando si passerà alla cronaca del massacro compiuto e non in atto...

(Globalist)

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