Atai Walimohammad, storia di un profugo afghano (prima parte)...




Il suo nome è Atai Walimohammad, è un profugo afghano e questa è la sua storia, così come me l'ha raccontata. [Cesare Gigli]





1 – Walimohammad e l’Afghanistan

Questa storia potrebbe narrare di ciò che accade nelle steppe afghane che il nostro protagonista, Atai Walimohammad, considera la sua casa natale. Oppure, potrebbe raccontare la catabasi che, partendo da quelle steppe, ha condotto un profugo Afghano fino all’Oltrepò pavese. Oppure ancora, descrivere come uno “straniero” sia scontrato con la naturale diffidenza di una comunità di meno di 1000 abitanti e con la, meno naturale, ottusità di una burocrazia che molto spesso, cercando di aiutare, complica solo le cose; ma anche di come, nonostante tutto, lo “straniero” sia riuscito a gestire la sua realtà ed inseguire i suoi sogni.

Ma è meglio, forse, partire da una parola: cultura. È una parola sublime, che identifica sia un’identità sia un desiderio di progresso ed evoluzione del pensiero. Su questo nome – la “difesa della propria cultura” - si possono fare battaglie di retroguardia, indire guerre di religione, commettere atrocità. Ma, se ben interpretata, è solo grazie alla diffusione della cultura che l’uomo, sia quello con la minuscola così ben descritto da Hanna Arendt, sia quello con la maiuscola che identifica tutto il genere umano, può progredire ed espandersi, favorendo quella inevitabile globalizzazione che – prima che il mondo economico e finanziario la rovinasse – era la parola che più significava pace per un’umanità ormai vecchia di diecimila anni e stanca di guerre.

È infatti in nome e per amore della cultura che Walimohammad ha subito violenze, visto i suoi fratelli torturati, rinunciato alla sua casa ed alla sua famiglia, rischiando la vita in un personale esodo attraverso cinque nazioni, e si è trovato infine un’altra situazione di diversità, lui afghano in territorio pavese, che, da sola, può fiaccare le resistenze morali di tanti di noi. E tutto questo a soli 21 anni, un’età che dovrebbe essere quella in cui la vita si progetta ancora e non quella dove invece i ricordi diventano importanti quanto il futuro.

Atai Walimohammad è nato nel 1996 in Afghanistan, ed adesso si trova a Zavattarello, un piccolo paese tra le province di Pavia e Piacenza, dove lavora come interprete e mediatore linguistico-culturale in un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Il viso largo, le sopracciglia folte, il naso importante ed un taglio di capelli “moderno” rivelano poco della sua personalità. È sentendolo parlare, e raccontare la sua bella e tragica storia, che tutte le sue sofferenze, le sue speranze e la sua enorme forza di volontà escono fuori, appena temperate da un tono di voce gentile, quasi sommesso, che forse proprio per questo colpisce ancora di più.

Figlio di un medico e di una delle sue mogli, è rimasto orfano di padre praticamente da neonato. Era il 1996 quando i talebani presero il potere in Afghanistan; suo padre si oppose a questa situazione. La cultura del padre di Walimohammad, in questo caso, si trovava a fronteggiare non un’altra cultura, ma la mancanza, la totale mancanza, di essa. Basti pensare che uno dei primi obblighi imposti da questi pseudo-studenti fu il dover farsi crescere la barba da pare degli uomini. Quale Dio, quale cultura, può pretendere una cosa del genere? Che libertà, che salvezza dello spirito si può avere da una scelta come quella della barba obbligatoria?

Nel villaggio, un personaggio che mostrava apertamente le debolezze di un sistema fondato solo ed esclusivamente sul terrore non poteva essere accettato. Atai Walimohammad lo avrebbe scoperto dopo, ma il padre aveva il coraggio di pubblicare opinioni come “la religione separa noi essere umani, non importa a che religione uno appartiene… il vero Islam non dice di uccidere tutti coloro che non sono di fede musulmana… le donne hanno il diritto all’istruzione e ad esprimersi liberamente, come già fu nel 1940… questa guerra avvantaggia solo i paesi stranieri che ci occupano”. Non si fece crescere la barba, frequentava poco la moschea, cercava di convincere la gente del luogo del fatto che una cultura che insegna ad uccidere non è una cultura. Era troppo. Fu condannato a morte dall’imam della moschea ed un giorno, mentre lavorava in ospedale, fu rapito da qualcuno (probabilmente gente del posto) ed impiccato.

Walimohammad è cresciuto quindi senza padre, e con due fratelli nati da madri diverse.

Era però incuriosito dai libri e dalle foto che erano in casa, testimonianze silenziose di un padre che lui non aveva mai conosciuto. Del resto, la sua curiosità lo aveva portato ad imparare a leggere già in tenera età, rendendo quelle testimonianze, finalmente, parlanti.

Leggendo quei libri, si costruì, da solo, ciò che una qualsiasi comunità dovrebbe garantire a tutti: una cultura. Non stiamo parlando, vorrei che fosse chiaro, della “nostra” cultura, ma della sua. Di quella cultura come identità che lo rendeva orgoglioso di essere Afghano tanto quanto noi lo siamo di essere italiani. Quella cultura che un insensato regime pseudo religioso voleva eliminare per sostituirla con il nulla. Un nulla fatto di terrore e violenza.

Per due anni, anche Walimohammad frequentò la madrasa, la scuola coranica dove a dispetto del nome “scuola” si insegna ormai solo la jihad, la guerra doverosa (non “santa”, questo è un termine che ha più a che fare con il cristianesimo e che ha portato a parecchi equivoci). In pratica, dove si insegna solo ed unicamente a diventare kamikaze. Abbinare a questo la parola “scuola” fa rabbrividire. Eppure, questa era – e forse è ancora – la realtà. Tanti ragazzi come lui sono stati indottrinati così. Un lavaggio del cervello che spingeva questi adolescenti a diventare shahid, ossia martiri. Rinunciare alla vita per assassinare: l’annullamento di 10.000 anni di faticoso progresso. L’indottrinamento era tale che le famiglie di questi poveri (si, poveri) ragazzi erano contentissime quando i Talebani diedero loro il certificato del paradiso per questi “martiri”. Lo sono stati martiri, questi ragazzi, ma i carnefici non erano di certo le loro vittime, bensì chi aveva fatto loro quell’indegno lavaggio del cervello.

L’opposizione di Walimohammad a questo stato di cose fu  - come è nel suo carattere – sommessa ma ferma. Decise – in questo favorito anche dal fatto che il regime talebano era stato scalzato temporaneamente dalla forze militari dell’operazione “enduring freedom”, di frequentare anche la scuola normale, il che voleva dire 16 chilometri a piedi e la nomina, da parte della gente del suo villaggio, di “infedele”. Situazione difficile, tanto più difficile in quanto persino la madre lo condannava: materie come chimica, fisica o inglese erano considerate “inutili”. “Smettila – diceva la madre – o sarò io stessa, o l’imam del villaggio – ad ucciderti”.

Ma la sua fame di vita e di cultura, che adesso aveva finalmente concretizzato nel sogno di diventare psicologo come il padre, era più forte delle minacce. E continuò a frequentare la scuola laica. Una scuola dove si faceva lezione all’aperto, e sui tappeti. Certo, laica per modo di dire: era statale, si, ed ogni tanto era visitata dai soldati americani, ma comunque la maggior parte delle lezioni erano incentrate sulla teologia islamica ed anche gli insegnanti stessi erano imbevuti di fondamentalismo. Alle donne era proibito l’accesso e quando una di queste ha provato, di nascosto, a frequentarla è stata lapidata. Con il contributo degli insegnanti.

La forza di Walimohammad, comunque, non fu fiaccata neanche da quest’episodio. Convinto che solo con il sapere si può sconfiggere l’ignoranza, provò a costruire lui stesso una scuola nel suo villaggio. Poche cose, informatica, inglese ed un corso di scultura (la sua passione, che ritroveremo spesso), ma era quanto bastava per far capire che la conoscenza non è “peccato”. Fu aiutato, fin quando fu possibile, dall’esercito regolare afghano e da quello statunitense, che contribuì anche con del materiale.

Assieme al fratellino più piccolo, Atai Dostmohammad, e di nascosto da tutti, costruirono, nel bagno di casa, una copia dei Buddha di Bamiyan. E’ indicativo che due musulmani, per quanto laici, scelgano di rappresentare con una scultura un simbolo di un’altra religione. Perché? Perché quei Buddha, barbaramente distrutti da un regime che non vede altro che morte e distruzione di tutto ciò non è nella loro testa (e sembra che in quella testa ci sia molto poco), erano un richiamo turistico, e nella mente di due adolescenti afghani rifarli poteva voler dire avere la possibilità che i turisti venissero a vedere quelle copie, visto che gli originali non esistevano più.

Ingenuità, certo, un’ingenuità fanciullesca che però – in mezzo a tutte quelle difficoltà morali e materiali – sa già che per crescere bisogna aprirsi al mondo. Vorremmo solo poter riuscire a descrivere la felicità di due ragazzi che, da soli e di nascosto, costruiscono qualcosa del genere, vedendola a poco a poco crescere e poi completarsi. Riuscire a rendere partecipe chi legge di quel senso di successo e di gioia che devono aver provato per aver fatto qualcosa di importante per loro e per la loro comunità. Non è neanche necessario dire se quelle statue erano “belle” o quanto davvero ricalcavano gli originali. Erano magnifiche, perché magnifiche erano le menti e le emozioni di chi le aveva prima pensate e poi realizzate.

Walimohammad e Dostmohammad: nomi lunghi, e che contengono Mohammad: la richiesta che ci è stata fatta di citare il nome per intero è indicativo anche di quanto ci sia rispetto per la religione islamica, religione sicuramente diversa dalla brutalità che in suo nome viene commessa.

Forse già immaginate come andò a finire la storia di quel Buddha: portarono la scultura a scuola e la mostrarono agli studenti loro compagni, ma arrivò l’insegnante di teologia, che – scandalizzato -  cominciò a rompere la scultura ed incitare i ragazzi al linciaggio dei due fratelli: dopo quell’esperienza, tornarono a casa insanguinati, e non fu questa la cosa peggiore: la madre fu – se possibile – ancora più inflessibile. Negò il cibo e non rivolse la parola ai ragazzi (Walimohammad aveva 16 anni!), non riconoscendoli più come suoi figli, e non li fece neanche entrare in casa per 2 giorni. L’imam del villaggio parlò alla madre, il giorno dopo, e le disse: “Non perdere tuo figlio come hai già perso tuo marito, è ancora piccolo ma già ha scelto la strada degli infedeli,  cerca di convertire la gente al Buddhismo. Questo è l’ultimo avviso.” Nel villaggio la voce che Walimohammad fosse un infedele non poté che rafforzarsi.

I talebani, nel frattempo, riuscirono ad impossessarsi del villaggio. Era il febbraio 2012. Dal centro di addestramento dei kamikaze partì un blitz che prese il controllo della zona. In un solo mese riuscirono a compiere svariate atrocità: la lapidazione in pubblico di un ragazzo ed una ragazza per adulterio, l’impiccagione di 14 ragazzi che lavoravano per l’esercito afgano e lo sgozzamento di un uomo, un amico di Walimohammad che tramite una dinamo riuscì a portare l’elettricità a tutto il villaggio. La “sentenza” fu giustificata con il fatto che l’elettricità poterebbe la gente ad avere televisione e radio, due cose effimere, e quindi peccato mortale. Il rifiuto dell’amore fisico, il rifiuto della diversità di idee, il rifiuto del progresso tecnologico. In un solo mese (perché un mese è durato il terrore talebano nel villaggio) tutta la barbarie possibile.

Nel marzo gli statunitensi ripresero il controllo del villaggio, distruggendo anche il centro di addestramento per kamikaze, ma i problemi, per Walimohammad, non erano finiti, anzi. Nonostante avesse promesso alla madre di non fare più sculture e di uniformarsi, per quanto possibile, agli usi – o meglio, ai diktat – locali, venne accusato di essere una spia degli americani e di essersi convertito al cristianesimo. Il comandante dei Talebani insieme con la gente del posto bruciò il centro che Walimohammad aveva creato e dove insegnava, andarono poi in casa sua (fu un pogrom in piena regola), distrussero tutte le sue opere, ma non lo trovarono. Walimohammad non c’era, ed allora si sfogarono sul fratello più piccolo, Dostmohammad, torturato e picchiato così tanto che è stato poi, successivamente operato ai testicoli.

Stavolta era veramente la fine. L’Afghanistan, la sua casa, la sua nazione, il suo nido natale, non era più un posto sicuro. Cominciava un viaggio verso l’ignoto, armato solo delle sue convinzioni, delle sue conoscenze, della sua disperazione...

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(Globalist)

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