Quel normale padre di famiglia che ha terrorizzato Stoccolma...




Una rete uzbeka dietro l’attentato. Arrestate sei persone. L’ex muratore di 39 anni noto ai Servizi come “figura marginale”



Nel luogo dell'attentato, a Drottninggatan, zona pedonale del centro di Stoccolma, fin dal mattino è stata una sfilata di persone che hanno portato fiori e hanno pianto davanti alla cancellata di protezione



INVIATA A STOCCOLMA
Come se non fosse altro che una naturale reazione all’attacco, ieri Stoccolma ha mostrato il meglio di sé e della sua forza. Migliaia di cittadini comuni si sono riversati in Drottinggatan sin dalle primissime ore del mattino. In silenzio hanno deposto fiori, bandiere gialloblù, nastri colorati e biglietti sulla barriera metallica che circonda il punto dove il tir ha finito la sua corsa. Dietro aveva lasciato sulla principale via pedonale della capitale svedese quattro morti e quindici feriti. Tra le vittime anche una bambina di 11 anni che tornava a casa da scuola. «Siamo qui per chi se ne è andato e per chi resta, nel nome della pace, nonostante tutto. Questa è la nostra risposta al terrore», dice Lucas Rauf, studente. Una processione commossa e orgogliosa che fino a tarda sera non si è fermata: «Rispondiamo con i fiori e con la libertà a chi vuole distruggere la nostra democrazia con l’odio», spiega serissima Emma, 7 anni, mentre lascia il suo peluche e una rosa ai piedi della grata ormai tappezzata di colori.  

La principessa Vittoria, vestita a lutto, ha posato un mazzo di rose rosse. Il re Carlo XVI Gustavo, che ha interrotto una visita in Brasile per rientrare nel Paese, ha parlato di attentato «abominevole». Il premier socialdemocratico Stefan Löfven è tornato sul luogo dell’attentato e ha esortato a trasformare «la rabbia» in «qualcosa di costruttivo», ribadendo che il suo Paese resterà «aperto e democratico». E mentre lo sgomento e l’incredulità sfilavano di fronte alle grate di Drottinggatan la National Swat Force coordinava tre blitz contemporanei in altrettante aree di Stoccolma nel tentativo di «stringere la rete» attorno al sospettato numero uno.  

Un uomo «normale»  

Dopo una serie di «no comment» e smentite la polizia ha confermato in serata che l’autore dell’attentato è un uzbeko di 39 anni, e cioè l’uomo segnalato ieri a Marsta, sobborgo a Nord di Stoccolma, poche ore dopo l’attacco. Padre di quattro figli, ex muratore, secondo una conoscente «non parlava mai di politica né di religione, ma solo di come guadagnare di più per mandare i soldi alla famiglia». È stato arrestato per un «comportamento sospetto» all’interno di un negozio, dopo essere riuscito a fuggire, prima in metro e poi in treno, dal teatro della strage. Era sceso dal camion e, approfittando del fumo e del panico, si era sfilato il passamontagna, scrollato i vetri rotti dai vestiti, ed era scappato inosservato nel fuggi fuggi generale lungo il reticolo di tunnel della metropolitana. Un uomo aveva notato le ferite, le schegge sui vestiti, la giacca strappata, lo sguardo allucinato del 39enne e aveva chiamato la polizia. Tuttavia non è a Marsta, ghetto di tensioni e prima tappa di chi cerca rifugio in Svezia che il killer aveva il suo «covo», ma a Vårberg, sobborgo ordinario e tranquillo di 9 mila anime, sconosciuto ai più se non per la stazione dei treni omonima e per il «punto naturale più alto del Comune di Stoccolma», una collina di 77 metri. E nessuno prima dell’attentato di venerdì, aveva mai avuto il sospetto che l’uzbeko avrebbe potuto trasformarsi in un killer, né tantomeno in un estremista sanguinario.  

Le indagini  

Il capo dell’intelligence di Stoccolma Anders Thornberg ha confermato che il sospetto «non era sotto indagine» ma che «era finito sotto i radar» e infine catalogato come «figura marginale» e non legato agli ambienti estremisti. Eppure, l’uomo aveva postato – come ha rivelato l’Aftonbladet - materiale di propaganda dell’Isis su Facebook, e apprezzato una foto in cui si ricordava, o meglio si «celebrava», l’attentato alla maratona di Boston del 2013. Mentre resta il mistero sulla sua presunta confessione. Ieri è stato ascoltato dai magistrati in presenza del suo avvocato, ma nulla è trapelato.  

La rete uzbeka  

La polizia non è ancora in grado di escludere che il killer possa aver avuto dei complici. E il profilo che emerge ricorda molto da vicino l’identikit dei terroristi che hanno seminato il terrore in Europa nell’ultimo anno, utilizzando un camion o un’auto per uccidere. Poco organizzati e con una rete di sostegno precaria e limitata: «Sono i terroristi low-tech – spiega Hans Brun, esperto di antiterrorismo – i più difficili da intercettare. I loro attacchi sono quasi sempre imprevedibili. Non comunicano con mezzi tecnologici, se non con telefoni, hanno pochi fondi e poche risorse, scarsa pianificazione e una rete di complici che interviene soprattutto nelle fasi post attentato». Eppure gli analisti sottolineano come da tempo si fosse elevata l’allerta nel Paese proprio verso figure dell’estremismo islamico originarie dell’Uzbekistan che in Svezia potrebbero contare su una fitta rete di sostegno. Dopo i blitz di ieri sembra che una rete, a Stoccolma, ci sia e sia ben radicata: oltre al killer sarebbero state arrestate altre sei persone, tutte uzbeke. Tre sarebbero collegate alla fabbricazione del «dispositivo» trovato nel camion, che non è chiaro se sia un ordigno artigianale o del liquido infiammabile: «Se sia una bomba, o un altro oggetto, non lo sappiamo e stiamo indagando», ha detto il capo della polizia. Altre tre, tra cui una donna, sarebbero state fermate «in relazione all’attentato»...

(La Stampa Mondo)

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