“La mia lotta per le donne dentro al mondo islamico”...




Sherin Khankan, madre finlandese, padre siriano, dirige una moschea a Copenhagen: indosso il velo solo per pregare

A Biennale Democrazia Sherin Khankan parlerà questo pomeriggio, insieme con Mariachiara Giorda sul tema: Donne e religioni, emancipazione e oppressione (Auditorium Vilvaldi, alle 18). Per gli altri incontri 
http://biennaledemocrazia.it/



RAFFAELLA SILIPO

«è un lungo viaggio e siamo solo all’inizio, non sappiamo ancora dove ci condurrà». Vive da sempre tra due mondi, la giornalista e scrittrice danese Sherin Khankan, una delle pochissime imam donne dell’Occidente, che oggi a Torino per Biennale Democrazia parla di «Donne e religioni: emancipazione e oppressione». Figlia di un’infermiera cattolica finlandese e di un rifugiato siriano torturato e imprigionato per opposizione al regime, ha una laurea in Sociologia delle religioni e Filosofia a Copenaghen e un master a Damasco. «Sono stata allevata tra due culture e religioni e credo che il mio destino sia fare da ponte: sono una specie di diplomatica. Metto il velo solo per pregare e non mi identifico con una nazionalità: la mia casa è la mia famiglia». 

Qual è l’insegnamento più importante che ha avuto da sua madre e da suo padre?  
«Mia madre viene dalla campagna, è cresciuta con sette fratelli e sorelle, in una comunità stretta in cui tutti erano abituati a dare una mano. Quando le ho chiesto come avesse fatto mia nonna ad allevare tutti quei figli, mi ha risposto “Non ci ha allevati, ci siamo allevati da soli”. Ecco, il suo insegnamento più bello è stato questo, regalare ai figli la libertà di diventare quello che sono e non obbligarli a seguire i sogni e le aspirazioni dei genitori. Mia madre ha fatto lo stesso con me e mia sorella e io cerco di fare lo stesso con i miei quattro figli». 

E suo padre?  
«Mio padre è un femminista. mi ha sempre detto che avrei potuto diventare quello che volevo. Mi ha fatto avvicinare al Sufismo, la dimensione mistica dell’Islam: è quello che mi ha convinto a scegliere l’islamismo invece del cristianesimo. Non sarei un imam se non fosse per lui».  

Dopo gli studi a Damasco lei nel 2000 è tornata a Copenaghen e ha fondato l’Association of Critical Muslim, che promuove i valori progressisti islamici. La tragedia dell’11 settembre come ha influito sui vostri tentativi moderati?  
«Ha reso i nostri sforzi ancora più faticosi: il dibattito multiculturale improvvisamente era centrato sulla paura e l’Islam ha passato gli ultimi 15 anni a difendersi, invece di riformarsi al proprio interno, promuovere valori progressisti e l’uguaglianza tra uomini e donne». 

È quello che sta cercando di fare oggi alla moschea Maryam di Copenaghen?  
«Sì, vogliamo essere una voce alternativa dell’Islam, più moderna e spirituale, ispirata al Sufismo, che intrecci Oriente e Occidente, tradizione e modernità. Vogliamo sfidare le strutture patriarcali dell’Islam dall’interno, ma anche l’interpretazione patriarcale del Corano: in realtà è una religione di pace, non di oppressione».  

Avete avuto molte critiche?  
«Quando si toccano le strutture patriarcali, si cambia la bilancia di potere e per forza si suscitano critiche. Ma non vogliamo delegittimare nessun’altra moschea e abbiamo solide basi teologiche, quindi abbiamo deciso di focalizzarci sulle cose positive e non sulle critiche. Le donne musulmane hanno bisogno di un posto in cui pregare, confrontarsi, trovare conforto, senza sentirsi estranee o giudicate: sto anche studiando psicologia per essere loro più vicino». 

È vero che celebrate anche matrimoni misti, nonostante alle donne musulmane sia vietato sposare un uomo di un’altra fede?  
«Sì, ne abbiamo celebrati e abbiamo avuto anche molto appoggio. Abbiamo stabilito un contratto di matrimonio con quattro regole base: la poligamia non è permessa, il diritto di divorziare spetta anche alle donne, in caso di violenza fisica o psicologica l’unione è nulla, in caso di divorzio le madri hanno uguali diritti sui figli».  

La sua speranza?  
«Vorrei che le donne avessero più voce nell’Islam, è anche un modo efficace di combattere l’islamofobia, perchè l’Islam non sarebbe più visto come una cultura maschilista e oppressiva. Ma il vero sogno è creare un network femminile per il dialogo religioso. Stiamo organizzando un incontro per il 14 settembre tra religiose cristiane, musulmane ed ebree, per dimostrare che è possibile capirsi. Credo che le chiavi della pace stiano nelle mani delle donne»...

(La Stampa Esteri)

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