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IO, SOPRAVVISSUTO A UN ATTACCO CHIMICO IN SIRIA, VI RACCONTO COSA SI PROVA...





Nel 2013 Kassem Eid è stato vittima di un attacco con il gas nervino che uccise centinaia di persone a Ghuta. A TPI ha raccontato quei tragici momenti

Kassem Eid ha 31 anni, ha lasciato la Siria nel 2014 e ha vissuto due anni negli Stati Uniti, da lì si è spostato in Germania, dove sta ricostruendo i suoi ricordi in un libro sulla guerra civile siriana che presto vedrà la luce.
Kassem è un rifugiato, un testimone di una guerra che dura ormai da quasi sei anni e le cui cronache sono tornate sotto gli occhi del mondo per i tragici eventi che il 4 aprile hanno colpito la città di Khan Sheikhoun, nella provincia di Idlib a nord della Siria, attaccata con un bombardamento chimico.
Almeno 89 persone sono morte durante quell’attacco, di cui un terzo sarebbero bambini.
Il bombardamento chimico di Damasco
Nel 2013 Kassem sopravvisse a un attacco con il gas nervino che uccise oltre 1.400 persone nell'area della Ghuta, a Damasco. A TPI ha raccontato quei tragici momenti in cui il panico, l’orrore e il dolore si impadronivano della sua vita e di quella dei suoi connazionali.
“Nel 2011 avevo preso parte a una manifestazione per la libertà e la dignità delle persone contro il governo del presidente Bashar al-Assad”, racconta Kassem. “Chiedevamo le libere elezioni e l’egualitarismo, ma il governo reagì bombardando e reprimendo le nostre dimostrazioni. Le organizzazioni internazionali non mossero un dito dinanzi a questi accadimenti. Durante quel periodo non c’era cibo, non c’erano medicine, non c’era nulla: il regime di Assad aveva distrutto qualunque cosa”. 
La storia di Kassem è la testimonianza concreta di un popolo costretto ad abbandonare la propria città e le proprie case perché privato di ogni seperanza. Un’intera popolazione in pochi anni ha dovuto lasciare tutto per salvarsi. “Più di 10mila persone sono scappate, prima dell’assedio di Assad, la città contava 80mila abitanti”, ricorda Kassem. “Queste persone sono diventate rifugiati per colpa del regime, per colpa dei bombardamenti e dei crimini di guerra”. 
Circa un anno dopo, nel giugno 2012, le forze di Assad iniziarono un accerchiamento di Moadhamiyeh, costringendo la città a un assedio che voleva portare le persone a morire di fame. Fu bloccato l'ingresso di cibo e medicinali.
Kassem ricorda quei giorni durante i quali il bombardamento fu implacabile. “La mia casa d'infanzia, vicino alla linea del fronte, fu bombardata più volte”, racconta. “Mia madre e i miei fratelli fuggirono, circa 10mila persone rimasero intrappolate”.
Ma per il regime non era abbastanza. 
“Dopo alcuni mesi mi trasferii in un appartamento abbandonato nel centro della città con tre amici: un compagno di liceo, Abu Abdo, un amico delle scuole medie, Ahmad e Alm Dar, un siriano combattente per le forze di liberazione”, prosegue Kassem. “L'assedio ci aveva ridotti all’osso. In quei giorni per sopravvivere mangiavamo foglie ed erbacce, rovistando nella spazzatura”.
“Il 21 agosto 2013, intorno alle 4 di mattina, sentii i miei occhi bruciare, la testa che mi pulsava e improvvisamente non riuscii più a respirare”, racconta l'uomo. “Pochi secondi dopo mi sentivo letteralmente soffocare. Avvertivo un’orribile sensazione intorno al corpo, come se stesse andando a fuoco. Avevo tanta paura. Cominciai a urlare per svegliare i miei amici, per avvertirli che eravamo sotto un attacco chimico”.
Man mano che Kassem va avanti con il racconto, le immagini divengono sempre più inquietanti. “Urlai fortissimo, insieme ai miei amici e coinquilini scendemmo in strada dove tutti gridavano. Decine di uomini, donne e bambini si contorcevano a terra. Pensai che era arrivato il giorno del giudizio. Fu una scena terribile che non dimenticherò mai”.
Kassem all’epoca aveva 27 anni e in quegli attimi disperati combatteva per la vita. "Vedevo la gente scappare, centinaia e centinaia di persone stavano soffocando, il mio cuore sembrava sul punto di esplodere”, racconta.
“C’era un ragazzino a terra, cercai di aiutarlo. Il suo viso era trasformato, i suoi occhi erano vitrei, dalla bocca colava spuma bianca. Continuava a mancarmi l’aria e mentre provavo a respirare sentivo come la sensazione del fuoco in gola. Provai a soffiargli l’aria in bocca, premendo sul suo petto e cercando di far uscire il veleno bianco dai suoi polomoni. Ma non servì a nulla”.
“Pochi minuti dopo mi ritrovai sulla macchina del mio amico Alm Dar insieme a decine di donne e bambini feriti”, racconta Kassem. “Riuscimmo a raggiungere un ospedale da campo, mi svegliai mentre Ahmad urlava dicendo che ero vivo. Ero in un seminterrato con piccole finestre. La gente piangeva e urlava, bagnando le vittime con acqua. Il pavimento era bagnato, freddo e coperto di sangue”.
Il viaggio negli Stati Uniti
Kassem conosceva l’inglese e si offrì come interprete per le le organizzazioni umanitarie e i governi stranieri che giunsero in Siria, ma pochi mesi dopo quei tragici giorni Kassem lasciò il suo paese per trasferirsi negli Stati Uniti.
“Quando arrivarono gli investigatori statunitensi per capire cosa fosse accaduto e riportarlo al congresso della Casa Bianca, provai ad aiutarli proponendomi come interprete in inglese”, spiega l'uomo. “Nonostante i due anni di indagini, il presidente Obama non prese alcuna decisione in merito e continuò a fare promesse di un intervento che mai attuò, racconta l'attivista con tono amareggiato”.
Oggi Kassem difende le decisioni dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e rilascia interviste ai media internazionali per esortare un intervento dell’Europa contro il regime di Assad.
“Se le persone ci vogliono aiutare devono farlo nel nostro paese”, dichiara Kassem. “I siriani vanno aiutati in Siria. Noi non vogliamo diventare rifugiati: vogliamo rimanere in Siria, nel paese che amiamo”.
“Perché le persone che hanno manifestato contro questo provvedimento, non hanno manifestato anche per l’attacco chimico del 2013 e per le migliaia di persone morte a causa dell’intervento di Assad?”, dice Kassam in merito al Muslim Ban di Trump. “Se le persone davvero vogliono aiutare il popolo siriano devono rendere concrete le condizioni affinché sia possibile restare in Siria. Assad deve essere condannato per i suoi crimini”.
“Le persone che vogliono salvare i siriani devono colpire Assa”, prosegue Kassem. “I rifugiati torneranno a casa se si fermeranno i bombardamenti”.
Prima di salutarci Kassem si rivolge al governo italiano. “Voglio inviare un messaggio al primo ministro italiano e dirgli che so che l’Italia ha fatto il possibile per aiutare migliaia di persone e di rifugiati”, spiega l'attivista. “So che ha aperto le sue porte al meglio che ha potuto, ma per quanto si sforzerà so che non sarà sufficiente. Se l’Italia vuole veramente aiutare i siriani deve unirsi all’estabishment europeo e statunitense per fermare Assad. Devono distruggere i suoi aeroporti militari, consegnare Assad alla giustizia e e liberare il paese dal suo assedio. Devono fare in modo che ci siamo libere elezioni e che si possa vivere nella democrazia”.
“L’attacco chimico è un crimine accaduto perché il presidente Obama in Siria è stato inattivo”, sentenzia Kassem. “Incolpo la Russia, incolpo l’Iran, ma incolpo anche Obama per questo attacco, perché ha mentito dicendo per anni che avrebbe fatto qualcosa. Trump ha dimostrato di avere un cuore più grande di Obama, ha preso la decisione giusta con gli ultimi bombardamenti contro i crimini di Assad.
“Credo che Trump rappresenti un simbolo di speranza”, conclude l'attivista. “Guardate cosa ha fatto appena tre giorni dopo l’attacco chimico in Siria dove sono morti centinaia di civili tra i quali molti bambini. Mi sento felice e grato per la prima volta in sei anni. La mia speranza è aumentata, speranza che avevo perso durante il mandato del presidente Obama”...
(The Post Internazionale)



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