Il dramma del Gran Ghetto, dove i caporali sono amati come benefattori...




Sgombero, Incendio, morti, rassicurazioni: la parabola della baraccopoli di Rignano Garganico offre l’esatta dimensione di una vicenda contraddittoria.



Fulvio Colucci


Ghetto chiama ghetto. La parabola di Rignano Garganico, lo sgombero, l’incendio della baraccopoli, i migranti morti, le rassicurazioni delle autorità sulla sottrazione della terra di nessuno al caporalato, offrono l’esatta dimensione di una vicenda contraddittoria. Perché il ghetto, come idra malefica, rischia di rinascere dai tentacoli che lo Stato ha tagliato. Solo in provincia di Foggia, secondo le associazioni che si battono per difendere i diritti dei migranti nelle campagne, ce ne sono 11. A Borgo Mezzanone, dove sorge la famigerata “pista”, una donna è stata arsa viva mesi fa. Nel ghetto dei bulgari, i bambini camminavano a piedi nudi sotto la neve in gennaio.

C’è da stupirsi? Possibile che per dieci anni sia cresciuto questo tumore silente chiamato baraccopoli? Dov’era il Paese? Possibile si limitasse a guardare dall’oblò televisivo, con attonita ignavia, una tragedia paragonabile, fatte le debite proporzioni, a quella delle bidonville, delle township segregazioniste sudafricane?

Possibile che, per cancellare lo scandalo conficcato nel cuore di un paese autoproclamatosi civile, sia stata necessaria la surroga da parte della magistratura? Possibile servisse l’inchiesta sulle infiltrazioni criminali per sostituirsi all’azione tardiva delle istituzioni politiche: dal Comune alla Regione?

Possibile sì, tutto possibile. Perché, lo ha spiegato bene a Globalist Yvan Sagnet, il cavaliere della Repubblica Yvan Sagnet, l’uomo che disse no ai caporali guidando la rivolta di Nardò nel 2011, lo sfruttamento della persona è un meccanismo perverso e trionfante. Alla fine trasforma lo stesso caporale in un benefattore, un indispensabile deus ex machina: “I lavoratori sono invisibili alla società e allo spazio pubblico; sono alla mercé di caporali e imprenditori italiani. Chi vive nel ghetto per soddisfare i bisogni primari, dalla spesa alle cure mediche, si rivolge al caporale. La sua dipendenza è assoluta e il ricattato invincibile”. Il caporale, come un grande fratello: tutto vede e tutto sa di uomini per i quali il lavoro diventa un ricatto e una catena che parte dalla disuguaglianza e arriva dritta al lager, perché una baraccopoli altro non è che una parente stretta dei lager.

Ai caporali ha detto no, fuggendo la schiavitù, anche Magdalena Jarczak, segretario provinciale della Flai Cgil a Foggia. In un’intervista a Sky Tg 24 ha dichiarato: “Lavorare a 3 euro l’ora è la prassi perché il caporalato sembra la normalità”. L’impegno dei sindacati a informare i migranti dei propri diritti è continuo e si scontra con la dura realtà del bisogno che globalizza la miseria e trasforma gli schiavi in difensori dei propri padroni. “Eppure le leggi esistenti sono ottime, ma non vengono applicate” ha voluto ricordare ancora Jarczak mettendo il dito nella piaga: il nuovissimo testo normativo sul caporalato, licenziato nell’ottobre 2016, prevede il carcere fino a sei anni per i caporali e i datori di lavoro accusati di sfruttamento.

Le parole di Jarczak rimandano alla storia di un’altra donna, Paola Clemente, che non ha fatto in tempo a dire no ai caporali; uccisa dal caldo e dalla fatica nelle campagne di Andria, l’estate di due anni fa; ancora in quella Puglia dei ghetti e delle nuove, antichissime, servitù. L’otto marzo è stato dedicato alla memoria di Paola dal sindacato dei braccianti, la Flai Cgil. Un segnale decisivo, per ricordare che nell’emergenza sfruttamento nessuno può dirsi escluso.

Piccola provocazione finale: l’idea che l’ultima legge sul caporalato resti inapplicata è addirittura meno grave di quella per cui essa abbia carattere punitivo solo verso i caporali, gli ultimi anelli di una catena, a proposito di catene, che risale fino alla grande distribuzione. Paradossale certo. Ma perché la grande distribuzione non è nemmeno sfiorata dalla nuova legislazione? eppure sarebbe stato giusto imporle di rendere trasparente la filiera dei prodotti, in modo da far sapere con certezza ai cittadini da dove provengono e chi sono i lavoratori impegnati nella raccolta e nella distribuzione. Una legge deve avere la capacità di vedere lo sfruttamento a 360 gradi, in una visione complessiva, non parziale. E di evitare che nascano caporalati legittimi, pericolo che si annida nelle agenzie interinali. Una norma non mette in soffitta lo sfruttamento.

Un’ultima parola andrebbe spesa, infine, per Yvan Sagnet e Magdalena Jarczak, cittadini di questa Repubblica. Mutuando lo slogan di salviniana memoria: prima gli italiani. Se sono come loro sì...

(Globalist)

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