Viaggio nell’enclave curda della Siria...




di Liz Sly - The Washington Post

Una giornalista e una fotografa hanno visitato la regione controllata dai curdi nel nord del paese, raccontando delle città che sembrano rinascere e di quelle dove ancora si combatte




Per motivi complicati che hanno a che vedere con la guerra e la politica l’unico modo di entrare e uscire dall’enclave controllata dai curdi in Siria è salire su una barca di ferro arrugginito che trasporta i passeggeri attraverso il fiume Tigri dall’Iraq. Alla fine dell’anno scorso la fotografa Alice Martins e io ci siamo imbarcati su una di quelle barche per andare verso le zone in lotta contro lo Stato Islamico. Il viaggio ci ha portato ad attraversare per più di 460 chilometri una nuova regione curda nel nordest della Siria, un porzione remota di territorio prevalentemente desertico che occupa un terzo del paese. Qui i curdi hanno sfruttato il caos della guerra siriana per creare uno stato all’interno di uno stato che è crollato in molte altre parti del paese. Mentre portano avanti la loro battaglia contro lo Stato Islamico, aiutati dalle forze armate degli Stati Uniti, i curdi stanno espandendo i confini della regione a ovest e a sud, all’interno di territori tradizionalmente arabi. Inizialmente i curdi avevano chiamato la loro enclave “Rojava”, il nome curdo della regione, per poi ribattezzarla Federazione del nord della Siria, per allinearsi alla nuova demografia.




a nostra destinazione erano questi nuovi confini: la periferia di Raqqa, l’autoproclamata capitale dello Stato Islamico, e la città di Manbij, appena a ovest del fiume Eufrate, entrambi a più di un’ora di distanza in auto. Per le prime ore abbiamo attraversato alcune delle zone più pacifiche della Siria. Nel 2012 i curdi conquistarono una grande porzione di territorio senza combattere, dopo che il governo siriano si era ritirato abbandonando i suoi appostamenti. Risparmiati dalle devastazioni della guerra, le città e i paesi nell’estremo nordest del paese stanno riprendendo la loro vita. I negozi e i mercati sono aperti, le strade affollate. La bandiera gialla e rossa delle Unità di protezione popolare – o YPG, la milizia che controlla la regione – sventola ovunque, insieme alle fotografie dei combattenti morti. Su ogni paese, città o edificio governativo si stagliano anche i ritratti del leader turco di origine curda Abdullah Ocalan, capo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, o PKK, fonte d’ispirazione per i curdi siriani.
Spostandoci più a ovest aumentavano le tracce lasciate dalla guerra che si è accanita contro le province periferiche dell’enclave. La desolata autostrada nel deserto è costellata da paesi distrutti e abbandonati. I cartelloni con i ritratti dei morti si riempono di facce e nomi. Per ottenere il controllo di queste zone i curdi hanno combattuto intensamente, prima contro il Free Syrian Army e poi contro lo Stato Islamico; durante gli scontri sono morti molti combattenti.












Alla fine siamo arrivati a Kobane, che per la settimana successiva sarebbe diventata la nostra base. Kobane è diventata famosa nel 2014, quando la piccola città respinse lo Stato Islamico, coinvolgendo nella battaglia gli Stati Uniti. Oggi Kobane si sta ricostruendo e nella città c’è l’atmosfera indaffarata e determinata di una comunità che cerca di ripartire. I mercati sono aperti, e ogni giorno la corrente elettrica è disponibile per più ore rispetto alla maggior parte delle zone della Siria o dell’Iraq. Ma la guerra ha lasciato molti danni e un trauma immenso. In alcune zone le famiglie vivono nelle loro case distrutte, tenute insieme in qualche modo. Interi quartieri sono vuoti in modo sinistro e ancora ricoperti dalle macerie. Chi abitava qui si è unito a flussi di profughi, attraversando il confine per andare in Turchia e, in molti casi, in Europa. Ci vorranno anni prima di tornare alla normalità, se mai succederà.
Il fronte di Raqqa si trova a circa mezz’ora d’auto verso sud, alla fine di altre strade vuote che attraversano il deserto, al di là di altre case e paesi a pezzi e oltre grandi silos di cemento che una volta venivano usati per immagazzinare cereali e sono poi stati convertiti in basi militari ben protette. Una volta questa zona era il paniere della Siria: produceva la maggior parte del grano del paese ed era raggiunta da una rete di canali d’irrigazione che partivano dal vicino fiume Eufrate. Oggi è una zona di guerra, con i combattenti curdi che, aiutati da arabi reclutati nell’area, portano ancora avanti un’offensiva per accerchiare e isolare Raqqa. Quando abbiamo visitato la città i combattimenti si erano fermati a Tal Saman, un paese in cui sono state piazzate moltissime mine a circa 27 chilometri a nord di Raqqa. Nelle vicinanze, i civili che scappavano dalle zone che si pensava sarebbero diventate i prossimi obiettivi dell’avanzata si muovevano verso nord, all’interno di camion e auto su cui erano impilati i loro beni. Nei paesi liberati dal controllo dello Stato Islamico le persone portavano indietro i loro oggetti. Nella zona giravano combattenti curdi e arabi, che rinforzavano i loro appostamenti e stabilivano nuove basi prima dell’avanzata successiva.
Per l’ultima tappa del nostro viaggio ci siamo diretti più a ovest, dall’altra parte dell’Eufrate, verso la città di Manbij. Dopo aver passato giorni a guidare attraverso la monotonia del deserto è stato emozionante incontrare la vasta distesa d’acqua che brillava sotto il luminoso sole invernale, mentre stormi di uccelli volavano in cerchio sopra di noi.
Manbij offre altri ricordi dell’enorme prezzo della guerra in Siria, non solo qui ma in tutto il paese. L’estate scorsa curdi e arabi hanno conquistato la città dallo Stato Islamico dopo una violenta battaglia durata due mesi, nel corso della quale gran parte della città è stata distrutta. I danni non sono ampi come a Kobane, ma ci sono pochi segni di tentativi per ricostruire o ripulire la città. Le strutture crollate si riversano sulle strade. L’iconografia distintiva in bianco e nero dello Stato Islamico è ancora visibile sugli edifici, nei parchi e nelle rotonde. Abbiamo visitato un quartiere dove un attacco aereo americano aveva abbattuto quello che sembrava essere un intero isolato. L’obiettivo era un appostamento dello Stato Islamico all’interno di un palazzo di quattro piani che oggi non esiste più, come non esiste più nessuna delle case circostanti. Una di loro è crollata su una famiglia che vi si era rifugiata, uccidendo nove persone, hanno raccontato i vicini. Le persone si spostavano per il quartiere arrampicandosi sulle macerie. I residenti hanno raccontato di essere contenti che lo Stato Islamico se ne sia andato, ma avevano paura a parlare troppo della nuova situazione. Dal 2011 la città è passata sotto quattro controlli diversi: prima il governo, poi i ribelli, lo Stato Islamico, e ora gli Stati Uniti. Chissà chi sarà il prossimo, si è chiesto un farmacista nel suo negozio in una delle strade del centro che è tornata alla vita dopo la battaglia.
La guerra non è molto lontana. Circa 30 persone che facevano parte di una famiglia allargata che aveva cercato di scappare da una vicina zona di combattimento facendo una deviazione su dei terreni coltivati è finita per sbaglio su un campo minato. Metà di loro è stata colpita dall’esplosione. Le poche stanze dell’ospedale erano piene di persone sanguinanti e mutilate. Una ragazza di nome Aya – che avrà avuto 4 o 5 anni – era distesa sopra un lenzuolo sudicio, con il corpo crivellato dalle schegge dalla vita in giù. Secondo i medici avrebbe perso entrambe le gambe. Su un letto vicino c’era suo padre, incosciente, sotto una coperta macchiata di sangue. Al nostro ritorno, due giorni dopo, l’uomo era morto.
© 2017 – The Washington Post

(Il Post)


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