RICORDANDO MARIE COLVIN, LA GIORNALISTA AMERICANA UCCISA IN SIRIA...




Cinque anni fa la reporter statunitense Marie Colvin rimaneva uccisa in un bombardamento del regime di Bashar al Assad

L'ultimo articolo dal cuore del quartiere assediato di Baba Amr, a Homs, in Siria, Marie Colvin lo aveva firmato dalla cosiddetta “cantina delle vedove”, il 19 febbraio 2012. La reporter americana, inviata del Sunday Times, aveva raccontato le sofferenze e le paure delle donne e dei bambini nascosti in quel rifugio all’interno della zona presa mira dai bombardamenti.
Marie aveva anche fatto diversi collegamenti audio da un ospedale da campo, documentando le condizioni di assoluta precarietà in cui operava lo staff medico guidato dal dottor Mohamed al Mohamed. Bambini esanimi, medici senza adeguata strumentazione, malati e feriti riversi a terra.
Quello che i giovani del locale Media Center raccontavano da mesi in rete, grazie al coraggio e all’audacia di Marie, entrata clandestinamente in Siria e giunta nel quartiere attraverso tunnel sotterranei, veniva finalmente confermato e riferito da una giornalista straniera, la cui voce ha avuto una grande eco nel mondo. L’uso di un telefono satellitare per inviare il materiale fuori da quella zona, ormai isolata dal mondo, le è stato fatale. 
Tre giorni dopo, il 22 febbraio 2012, la reporter americana, insieme al fotografo francese Remi Ochlik e ad altri colleghi siriani è rimasta uccisa in un bombardamento del regime di Bashar al Assad che ha preso di mira proprio il Media Center.
Il collega Paul Conroy, rimasto ferito nella strage, racconta così quei drammatici istanti nel suo libro “Under the Wire”, pubblicato nel 2013:
“Merda”, pensai, quando la consapevolezza di ciò che stava accadendo mi colpì come una pugnalata. “Merda! Stanno facendo forcella”.La forcella è una tattica militare usata dai reparti di artiglieria per far sì che i loro proiettili vadano a segno. Il pezzo d’artiglieria spara, e un osservatore verifica dove cade la granata o il razzo. L’informazione viene poi trasmessa ai mitraglieri che aggiustano il tiro e sparano di nuovo. In questo modo le batterie di artiglieria possono colpire il bersaglio con sempre maggiore precisione. Era il mio lavoro quando ero nell’esercito. (…) Nel caso specifico, l’unico modo che avevano le forze di terra di Assad per fare forcella su di noi era sfruttando i droni che sorvolavano Homs a ‘mo di osservatori. 
La morte di Marie Colvin, che in Sri Lanka aveva perso l’occhio sinistro, e aveva una lunga esperienza in Iraq, Libia, Timor Est e Cecenia, sollevò un caso internazionale. Il regime di Damasco attribuì alla stessa reporter la causa della sua morte. In un’intervista alla Nbc News Bashar al Assad ha dichiarato: “Marie Colvin è colpevole di tutto ciò che le è accaduto perché è entrata in Siria illegalmente”.
La famiglia della reporter, invece, si è rivolta a un tribunale americano per far condannare il regime siriano della sua morte, accusando Bashar al Assad di essere il mandante dell’offensiva e il fratello Maher, l’esecutore. Di fatto, il regime di Damasco ha impedito per giorni ai mezzi della Mezza Luna Rossa anche solo di recuperare le salme.
In un video amatoriale girato il 27 febbraio 2012, il dottor Mohamed al Mohamed, di cui Marie aveva raccontato nei suoi servizi, annunciava che non era più possibile tenere le salme dei due reporter stranieri in frigo perché si stavano decomponendo e che per questo i loro corpi sarebbero stati seppelliti in zona.
Il medico chiama Marie “shahida”, martire. Nel video si vede il corpo della giornalista avvolto in un sacco di plastica e un sudario, e il medico che mostra il suo volto per offrire un’ulteriore conferma della sua identità. Solo dopo una lunga trattativa, il governo americano è riuscito a consentire l’uscita del corpo di Marie Colvin, restituendolo alla famiglia per la tumulazione ufficiale. Il regime di al Assad ha fornito un report in cui si afferma che la morte della giornalista è da imputare all’esplosione di un ordigno piazzato da terroristi.  
Marie Colvin ha sacrificato la vita in Siria per raccontare la tragedia di Homs e in particolare del martoriato quartiere di Baba Amr, diventato simbolo delle atrocità del regime contro il popolo. Il collega sopravvissuto Paul Conroy, chiude il suo libro, intitolato in italiano “Confesso che sono stata uccisa”, Newton Compton Editori, con una riflessione piena di amarezza:
Al momento della stesura di questo libro, il presidente Bashar al Assad resta al potere in Siria. Il suo esercito continua a seminare caos, morte e distruzione. Le immagini di uomini, donne e bambini massacrati sono ormai all’ordine del giorno sui nostri schermi. Nei due anni dall’inizio della carneficina, nessun Paese ha offerto protezione al popolo della Siria”...
(The Post Internazionale)

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