Il pianto e la paura di chi fugge dalla Libia: un reportage che insegna molto...




Lucia Goracci inviata di Rainews24 ha raccontato il dramma dei migranti mostrandone l'umanità


Onofrio Dispenza

"Signora, questo è sbagliato, lo so...ma il mio Paese ha molti problemi...di questi tempi...Problemi politici, e altri problemi...così ho deciso per questa via...Non avevo altre scelte...E' sbagliato... ma cosa posso fare?"
"Non è sbagliato..."
"Lo so che è sbagliato..."
"Non è sbagliato..."
"La prego, mi aiuti...Mi aiuti...".
Se dovessi andare a rapporto da Dio per raccontargli quel che di tremendo sta accadendo sulla Terra, gli leggerei questo breve dialogo. L'ho riascoltato riavvolgendo il reportage che Lucia Goracci, inviata di Rainews24, per la Rai ha fatto al largo di Zawiya, costa libica, mare di confine con la Tunisia. Poco più in là delle nostre spiagge.
Si, è vero, Dio sa e sente parole, pianti disperati, e gemiti. Sente anche le bestemmie che si sprecano attorno al nostro contemporaneo Olocausto. Sono gli uomini che non sanno ascoltare. Che non sentono e che almeno potrebbero tacere. Ed invece, come capita di leggere proprio attorno al racconto di Lucia Goracci, apostrofano come "brutti scrocconi" i migranti che il reportage ha saputo far arrivare nei nostri confortevoli interni, quando le prime pagine di giornali, tg e giornali radio ci vorrebbero pressati solo dalle sorti di un partito che si scompone per qualche resistente bramosia, o per il contrastato progetto di uno stadio.
"Signora, ho sbagliato...", l'uomo che ha provato a sfuggire alla violenza e alla fame si scusa con noi. Lui non lo sa, ma è lo schiaffo più forte che abbia sentito sulla mia faccia, che l'umanità avrebbe dovuto sentire sulla faccia. Le sue scuse dovrebbero accompagnarci almeno lungo una intera giornata. Averle, ciascuno di noi, come punto costante di riferimento del nostro quotidiano, a volte difficile, a volte fortunato.
L'uomo che si scusa di aver provato a sopravvivere, per provarci a vivere - come è giusto che sia quando vieni al mondo -  parla e piange su una motovedetta libica che lo sta portando a terra, con altri uomini, con donne e bambini. Finiranno in una cella. I mercanti di uomini, gli scafisti, liberi. Per loro solo l'invito ad allontanarsi.
Una notte nel Mediterraneo, sudario consumato, la Méditerranée, madre senza più lacrime, condannata al lutto più atroce. I militari libici, qualche sparo regalato a chi avrà così il tempo per allontanarsi impunito. Poi, le prime luci, un barcone blu con gli uomini, le donne e i figli a farsi piccoli dentro lo scafo, come i bambini quando giocano a nascondino, dietro una tenda che non li nasconde. Vengono caricati a bordo della motovedetta. Una donna piange disperata, un uomo grande e grosso sulle ginocchia ha un bambino che dorme. Occhi e occhi ed ancora occhi. Sono gli occhi quello che più impressiona, sembrano tanti di più di quelli che dovrebbero essere, somma di due per persona. I militari danno fuoco alla barca, perché non venga riutilizzata, Sanno bene che i mercati di uomini hanno tanto denaro, tante barche a disposizione. Cantieri sempre aperti, si fanno in fretta barche e gommoni. L'importante è che salpino, non che arrivino. L'affare è di quelli che passano un paio di volte nella storia, e tutti gli attori del male sono presenti, in tutte e due le sponde del Mediterraneo. Cronaca della nostra notte...

(Globalist)

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