Amnesty International Diritti umani, 2016 anno orribile...




Amnesty international denuncia i pericoli della politica dell’odio. Troppi i leader che usano la retorica del “noi contro loro” che sta dominando l’agenda politica in Europa, negli Stati Uniti e altrove e che stanno creando un mondo sempre più diviso e pericoloso.
Crimini di guerra commessi in almeno 23 paesi
36 le nazioni hanno respinto illegalmente migranti e rifugiati
22 gli Stati hanno visto difensori dei diritti umani uccisi mentre manifestavano pacificamente
“Il cinico uso della narrativa del ‘noi contro loro’, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni trenta dello scorso secolo”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty international.



Amnesty International
Rapporto 2016-2017 sui Diritti umani
Per milioni di persone, il 2016 è stato un anno di sofferenza e paura con governi e gruppi armati che hanno compiuto violazioni dei diritti umani nei modi più diversi.
La città più popolosa della Siria, Aleppo, è stata ridotta in macerie dai bombardamenti aerei e dagli scontri per le strade, mentre proseguivano gli attacchi violenti e crudeli contro i civili nello Yemen.
Dal peggioramento della difficile situazione dei rohingya nel Myanmar, fino alle uccisioni illegali di massa in Sud Sudan, dal brutale giro di vite sulle voci di dissenso in Turchia e Bahrein, all’aumento dei discorsi d’incitamento all’odio nella gran parte dell’Europa e degli Usa, il mondo nel 2016 è diventato un posto più cupo e più instabile.
Trump e la retorica dell’odio
Il più importante dei molti eventi destabilizzanti -sostiene Amnesty nella sua analisi- è stata l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Usa dopo una campagna dominata da dichiarazioni controverse, caratterizzate da misoginia e xenofobia.
«La retorica al vetriolo della campagna di Donald Trump incarna una tendenza globale verso politiche sempre più arrabbiate e divisive. In tutto il mondo, leader e politici hanno scommesso il loro futuro potere su un racconto di paura e discordia, addossando agli “altri” le colpe per le lamentele, reali o create ad arte, dell’elettorato».
Il predecessore Barack Obama, va detto, lascia un’eredità che include molti gravi fallimenti nel tutelare i diritti umani, non ultima l’espansione della campagna segreta della Cia di attacchi con droni e lo sviluppo di un’enorme macchina per la sorveglianza di massa, come rivelato dall’informatore Edward Snowden.
Ma i primi segnali che arrivano dal presidente eletto Trump suggeriscono una politica estera che indebolirà fortemente la cooperazione multilaterale e che darà inizio a una nuova era di maggiore instabilità e reciproco sospetto.
E il 2017 si affaccia su un mondo profondamente insicuro, pieno di ansia e incertezza per il futuro.
La crisi dei diritti umani
In questo scenario, la sicurezza dei valori enunciati dalla Dichiarazione dei diritti umani del 1948 rischia di essere sgretolata. La dichiarazione che indicava nella tutela dei diritti umani «il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo…».
Nonostante le lezioni del passato, nel 2016 lo spregio di questi ideali è stato ampiamente dimostrato in un anno in cui il bombardamento deliberato degli ospedali è diventato un evento di routine in Siria e Yemen; in cui i rifugiati sono stati rimandati indietro in zone di conflitto; in cui l’inerzia quasi totale del mondo di fronte alla situazione di Aleppo ha richiamato alla mente fallimenti simili avvenuti in Ruanda e Srebrenica, nel 1994 e 1995; in cui governi, in quasi tutte le regioni del mondo, hanno messo in atto imponenti giri di vite per mettere a tacere il dissenso.



I difensori dell’ambiente
L’uccisione della leader nativa Berta Cáceres, avvenuta in Honduras il 2 marzo, è stata un esempio del pericolo affrontato dalle persone che si sono coraggiosamente opposte a stati potenti e agli interessi delle aziende. Questi audaci difensori dei diritti umani, nelle Americhe e altrove, vengono spesso etichettati dai governi come una minaccia per lo sviluppo economico, a causa dei loro sforzi per mettere in luce le conseguenze sulle persone e sull’ambiente dello sfruttamento delle risorse e dei progetti infrastrutturali.
Il lavoro di Berta Cáceres per difendere le comunità locali e la loro terra, recentemente contro un progetto di diga, ha avuto una risonanza globale. Gli uomini armati che l’hanno uccisa nella sua casa hanno mandato un messaggio per spaventare gli altri attivisti, in particolare quelli che non ricevono lo stesso livello di attenzione internazionale.
La questione sicurezza
La questione della sicurezza quale giustificazione per la repressione è stata ampliamente usata in tutto il mondo. In Etiopia, in risposta alle proteste per lo più pacifiche contro l’ingiusta espropriazione della terra nella regione di Oromia, le forze di sicurezza hanno ucciso centinaia di manifestanti, e arrestato attivisti per i diritti umani, i giornalisti e i membri dell’opposizione politica.
Sulla scia di un tentativo di colpo di stato a luglio, la Turchia ha intensificato la repressione delle voci di dissenso durante lo stato d’emergenza. Circa 90.000 impiegati del settore pubblico licenziati sulla base di sospetti, mentre circa 118 giornalisti sono stati tenuti in detenzione preprocessuale e 184 organi d’informazione sono stati chiusi a tempo indeterminato.
Repressione del dissenso in tutto il Medio Oriente e l’Africa del Nord. In Egitto, le forze di sicurezza hanno arrestato e torturato presunti sostenitori dell’organizzazione, messa al bando, dei Fratelli musulmani e persone critiche od oppositori del governo. Le autorità bahreinite hanno perseguito persone che avevano espresso le loro critiche, con una serie di accuse in materia di sicurezza nazionale.
In Iran, le autorità hanno imprigionato dissidenti, censurato tutti i mezzi d’informazione e adottato una nuova legge che di fatto rende perseguibile penalmente ogni critica al governo e alle sue politiche. In Corea del Nord, il governo ha rafforzato la sua già estrema repressione, stringendo ulteriormente la morsa sulle tecnologie della comunicazione.
Oltre agli attacchi diretti, c’è stato un subdolo tentativo di erosione delle libertà civili e politiche acquisite, in nome della sicurezza. Per esempio, il Regno Unito ha adottato una nuova norma, la legge sui poteri d’indagine, che ha attribuito molti più poteri alle autorità d’intercettare, accedere e trattenere o violare in altro modo le comunicazioni digitali e i dati delle persone, anche in assenza del requisito di ragionevole sospetto.
Con l’introduzione di uno dei regimi di sorveglianza di massa più estesi al mondo, il Regno Unito ha di fatto imboccato una strada verso una realtà in cui il diritto alla riservatezza è semplicemente non riconosciuto.



Discriminazione e crimini d’odio
Addossando la responsabilità collettiva di mali economici e sociali a particolari gruppi, spesso minoranze etniche o religiose, il potere ha dato spesso via libera a discriminazione e crimini d’odio, in particolare in Europa e negli Usa.
Una variante di questa strategia è stata l’escalation della “guerra alla droga” del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che ha portato a un’enorme perdita di vite umane. La violenza avallata dallo stato e le uccisioni di massa da parte dei vigilantes sono costate la vita a 6.000 persone, a seguito delle ripetute dichiarazioni pubbliche del presidente, che incitavano a uccidere i sospettati di essere coinvolti in reati legati alla droga.
Ma anche coraggio e creatività
La storia del 2016 è stata anche la storia del coraggio, della resilienza, della creatività e della determinazione di persone che hanno affrontato sfide immense e minacce.
In Cina, nonostante le sistematiche vessazioni e intimidazioni, gli attivisti hanno trovato il modo di sfidare la censura e commemorare online l’anniversario della repressione di piazza Tienanmen del 1989.
Ai Giochi olimpici di Rio, il maratoneta Feysa Lilesa ha occupato le prime pagine di tutto il mondo con il suo gesto per attirare l’attenzione sulla persecuzione da parte del governo della popolazione oromo, nel momento in cui tagliava il traguardo per la medaglia d’argento.
E sulle coste europee del Mediterraneo, volontari hanno risposto all’inerzia e al fallimento dei governi nel proteggere i rifugiati, trascinando fisicamente fuori dall’acqua persone che stavano annegando.
I movimenti popolari sorti in tutta l’Africa, alcuni impensabili anche solo un anno fa, hanno stimolato e raccolto sotto slogan comuni le richieste collettive di diritti e giustizia.
Diritti umani progetto per pochi?
In un anno dominato da divisione e disumanizzazione, le azioni di alcune persone per riaffermare l’umanità e la dignità fondamentale di ogni individuo hanno brillato più che mai. Questa risposta di compassione è stata incarnata dal ventiquattrenne Anas al-Basha, il così detto “clown di Aleppo”, che ha scelto di rimanere nella città per portare conforto e gioia ai bambini, anche dopo che le forze governative avevano scatenato i loro terribili bombardamenti.
Dopo la sua morte, avvenuta durante un attacco aereo il 29 novembre, suo fratello gli ha reso omaggio per aver reso felici i bambini “nel posto più tragico e pericoloso” del mondo.
Il 2017 ha bisogno di eroi ed eroine dei diritti umani
(RemoContro)

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