Viaggio nella Russia che si divide sull'intervento in Siria...




Ad Aleppo come Grozny. Le colonne di profughi di oggi ricordano quelle in bianco e nero di allora.

                                                                      L'evacuazione dei civili da Aleppo



"Aleppo nash!","Aleppo è nostra!". Non a caso lo slogan ricorda quello coniato a Mosca per l'annessione della Crimea. "Aleppo nash!" ora è lo slogan destinato alla conquista della martoriata città siriana. E passa di bocca in bocca attraversando anche i social. I russi esultano, orgogliosi dell'impresa militare di Mosca a fianco dell'esercito di Assad. Entro in Rete, leggo e provo a testare gli umori dei russi, i sentimenti degli utenti dei social. Inoltro loro una domanda semplice e secca: "Ma, per voi cosa significa Aleppo?". Sottinteso che non è come per la Crimea o per qualche altra città nelle vicinanze dei confini nazionali della grande madre Russia. Questa volta, Aleppo è lontana. La risposta è: "Liberare Aleppo è liberare l'umanità dall'Isis".

Dunque, la convinzione unanime è che la Russia dovesse intervenire in Siria per cancellare il terrorismo islamico dalla faccia della Terra. Abbandono la speranza che il pubblico della Rete abbia voglia di districarsi nella complessa galassia di sigle che compongono il fronte anti Assad, ad Aleppo-est in questi giorni, in queste ore, non ci sono soltanto i feroci membri dell'Isis. Ad Aleppo siamo ormai al capitolo finale di una storia tragica, quello delle evacuazioni. Per il ministero della Difesa di Mosca tra le macerie della città non ci sono più civili da sgomberare. Per Mosca, tra le rovine sono rimasti soltanto terroristi che hanno scelto di restare fino alla morte. La resa di Aleppo ricorda tanto quella di Grozny. Le colonne di profughi di oggi ricordano quelle in bianco e nero di allora, sono identiche a quelle scattate nella capitale cecena tanti anni fa. La tragedia di quei giorni segnò un solco profondo nella società civile russa anche se - lo ricordo - c'era anche una grande voglia di chiudere per sempre il dolorosissimo capitolo del terrore nelle grandi città russe. Anche allora il Cremlino usava un linguaggio tranchant, diceva:"Affogheremo i terroristi ceceni ovunque, anche nelle loro latrine...". Allora come oggi, a parlare, il presidente Vladimir Putin.

Ricordo che quella frase preoccupò molto una giornalista russa che non si fidava di parole come zachistka "bonifica", "eliminazione", "blitz". A quella giornalista non piaceva il termine generico "terroristi". La giornalista era Anna Politkovskaja, sempre dalla parte dei civili stritolati dalla Storia. Per lei l'eccesso di violenza nell'annientare la violenza non partoriva altro che rabbia e radicalismo. E la storia le ha dato ragione. Basta pensare all'onda lunga della vendetta cecena; conflitto irrisolto che dal Caucaso, in questi anni, ha raggiunto la lontana Siria. A volte le parole sono più potenti e micidiali delle armi. E Aleppo ha conosciuto anche quelle: "Sono i ribelli di Aleppo-est a spargere di polvere i bambini per poi mostrarli come vittime dei bombardamenti". Frase infelicissima, detta dall'ambasciatore permanente della Russia all'Onu, Vitaliy Chiurkin. Frase che, per fortuna, ha provocato tanta indignazione, suscitato le proteste di chi non si associa al grido propagandistico "Aleppo è nostra!". "Non vogliamo essere complici di quelle parole!", ribatte il popolo del web che si indigna di fronte alla morte di migliaia di bambini siriani. "Non posso accettare tanto cinismo di fronte all'immane tragedia di Aleppo", scrive una ragazza. Una tra i tanti. Ed Aleppo, adesso si, diventa vicina, entra dentro la sofferenza di tanti...

(Globalist)

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