Si torna a parlare di Palestina Stato e non solo geografia...




Da decenni il conflitto israeliano-palestinese è stato al centro di tutte le questioni mediorientali, per finire il un angolo dopo le tragiche conseguenze del fallimento delle rivoluzioni arabe del 2011. Iraq, Siria, Yemen. Perché la questione palestinese è tornata improvvisamente di attualità alla fine del 2016, con il voto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu che ha provocato la rabbia di Israele? Ancora reale l’obiettivo di ‘due popoli due Stati’?



C’era una volta la ‘questione palestinese’ al centro di ogni tentativo di equilibro politico in Medio Oriente. Poi le rivoluzioni arabe del 2011, il loro fallimento e le loro tragiche conseguenze. Questione palestinese in un angolo per le guerre in Iraq e in Siria, la sfida jihadista, il caos libico, le convulsioni dell’Egitto, la guerra in Yemen e, soprattutto, la rivalità tra Iran e Arabia Saudita che è parte in ognuno di questi conflitti. Il caos e bel altri problemi planetari che la irrisolta questione
Ed ecco il dubbio che si pone Pierre Haski, de ‘L’Obs‘ francese, su Internazionale.
Perché la questione palestinese è tornata improvvisamente di attualità alla fine del 2016, con il voto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu che ha provocato l’isterica rabbia di Israele?
Sgarbi e aiuti militari
Netanyahu abituato ai veti protettori di Washington accusa Obama di tradimento per la risoluzione Onu contro l’espansione delle colonie ebraiche nei territori arabi occupati, risoluzione che Israele non osserverà come altre 70 sollecitazioni Onu. Tensioni da subito su una questione cruciale: le colonie ebraiche della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.
Nel 2010 Israele aveva annunciato la costruzione di 1.600 ulteriori unità abitative a Gerusalemme Est durante la visita del vicepresidente Usa Joe Biden, affronto che la Casa Bianca prese molto male. E Netanyahu alza la posta nel 2015 al congresso statunitense, alle spalle di Obama, per cercare di impedire l’accordo nucleare con l’Iran.
Questo non ha impedito agli Stati Uniti di restare l’alleato numero uno di Israele, con i 38 miliardi di dollari di aiuti militari per i prossimi dieci anni.
Due popoli due Stati
Da un lato Obama, e con lui buona parte del resto del mondo, convinto che la irrisolta questione palestinese rappresenti una bomba a orologeria che minaccia, in primo luogo, la sicurezza di Israele, ma anche quella del resto del mondo.
Due popoli due Stati, la questione da sempre.
Dall’altro lato Netanyahu, e con lui oggi la maggioranza degli israeliani, convinto che in Medio Oriente valgano i rapporti di forza, e che lo stato ebraico si metterebbe in grave pericolo condividendo quel fazzoletto di terra con i palestinesi e che le colonie israeliane modificheranno per sempre la realtà sul terreno.
Le debolezze del vecchio Netanyahu
A 67 anni, Benjamin Netanyah, da tre decenni in sella, da undici come primo ministro, è oggi ostaggio dall’ala di estrema destra della sua coalizione, e in particolare dalla lobby dei coloni che lo spingono a decretare l’annessione pura e semplice di interi “blocchi” di territori palestinesi in cui si trovano insediamenti israeliani.
Paradossalmente, ci ricorda Pierre Haski, i blocchi interessati da questa possibile annessione -esempio, la città di Maale Adumim, alla periferia est di Gerusalemme, sulla strada che porta a Gerico- sono quelli che in base a tutti gli accordi di pace con i palestinesi passerebbero comunque a Israele in cambio di altre compensazioni territoriali.
Nel caso di una mossa unilaterale, però, non c’è alcun bisogno di concedere contropartite. Prendere senza pagare.
Israele gioca a destra
Israele ritiene che il tempo giochi a suo favore. Non solo Trump che entrerà in carica il 20 gennaio, ma il nuovo ambasciatore Usa in Israele, David Friedman, che ha finanziato di tasca propria alcune colonie e prevede di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, con il rischio di provocare accese reazioni da parte palestinese e araba
I leader israeliani ritengono che la situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sia irreversibile. A meno che non voglia rischiare una guerra civile, Israele non può trasferire 500mila coloni, forse più di 600 mila, dai territori che l’Onu considera “occupati” e che dovrebbero costituire il futuro stato palestinese.
Problema israeliano reale, ma assieme frustrazioni che crescono nel mondo arabo, per un ritrovata attenzione verso le regioni calpestate dei ‘fratelli palestinesi’.
Morte del processo di pace e resurrezione della questione palestinese?
Prossima dichiarazione ufficiale di morte del processo di pace o la rinnovata attenzione alla questione palestinese che resta centrale in Medio Oriente? Per cercare di far sopravvivere un processo di pace che Israele non vuole, conferenza a Parigi per il 15 gennaio 2017. L’ultra destro ministro della difesa israeliano Liberman, parla di “nuovo affare Dreyfus”, citando a sproposito la vicenda antisemita in Francia alla fine del diciannovesimo secolo.
Il segretario di stato americano uscente, John Kerry, riproporrà a Parigi il suo discorso-testamento sulla pace in Medio Oriente: due Popoli due Stati.
La domanda alla quale nessuno, nemmeno Obama, è riuscito a rispondere è come convincere gli israeliani che la soluzione della questione è nel loro stesso interesse...

(RemoContro)

Commenti

Guido Schiesari ha detto…
"La soluzione della questione è nel loro stesso interesse". Certo, la soluzione è nell'interesse di Israele, e Israele l'ha proposta più volte sia ad Arafat che a Abu Mazen, ma è sempre stata rifiutata: perché?
Perché per fare la pace Abu Mazen dovrà riconoscere Israele, ma questo non avverrà mai, ergo, la questione continuerà all'infinito.

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