Come funziona il business del traffico d'organi dei #migranti...








Di Giulia Saudelli

Sugli smartphone dei migranti sbarcati sulle coste italiane non è difficile trovare foto drammatiche, che documentano un viaggio fatto di soprusi, privazioni e violenze.
Più raccapriccianti ancora sono le immagini diffuse da alcuni migranti sopravvissuti alla traversata in cui si vedono i cadaveri di adulti e bambini, solcati lungo tutto il torso da cuciture improvvisate, con i volti insanguinati.
Sono una delle tante testimonianze di quello che "assomiglia sempre di più a film dell'orrore," le conseguenze del traffico di organi praticato dalle bande criminali che gestiscono la tratta di esseri umani in nord Africa.
Le testimonianze raccontano di reni, fegati, cornee e cuori estratti da persone più o meno anestetizzate, spesso inconsapevoli, per rivenderli poi sul mercato nero degli organi — destinati ai cittadini dei paesi più ricchi, come Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Un giro d'affari globale che, secondo le stime della fondazione Global Financial Integrity riportate da Repubblica, frutta ai gruppi criminali fino a 1,4 miliardi di dollari l'anno.
Non sono nuove le segnalazioni di traffico d'organi che arrivano da persone passate dal nord Africa. È dal 2009 che don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia, raccoglie le testimonianze di migranti arrivati in Italia passando dai paesi in cui agiscono i trafficanti.
Stando ai racconti, in un primo momento l'ipotesi dell'espianto degli organi viene usata come una minaccia: i migranti vengono sequestrati e viene chiesto un riscatto a loro o ai familiari che vivono in Europa, Stati Uniti e Canada, pena l'espianto degli organi in caso di mancato pagamento del riscatto.
La zona in cui i trafficanti hanno avuto per anni libertà di azione è quella del Sinai, al confine tra Egitto e Israele. Nelle sabbie del deserto sono stati ritrovati numerosi cadaveri di migranti, provenienti soprattutto da Sudan, Etiopia ed Eritrea, spesso privi degli organi vitali e con delle vistose cicatrici.
"Testimoni raccontano che medici compiacenti venivano con dei camper attrezzati come ambulatori," spiega don Zerai a VICE News. "Lì facevano l'intervento, prelevavano gli organi, le persone venivano ricucite alla bell'e meglio e abbandonate, e nessuno si preoccupava se sopravvivessero o meno."
Stando alle testimonianze, i trafficanti arrivavano a chiedere anche 30.000 o 60.000 dollari come riscatto, e spesso il pagamento di queste ingenti somme di denaro non era sufficiente a garantire la salvezza e la libertà dei migranti.
"Alcune persone venivano vendute ad altri trafficanti, altri venivano comunque uccisi," dice don Zerai.
A partire dal 2011, grazie alle denunce fatte al governo egiziano da diverse organizzazioni che si occupano del traffico di migranti, una serie di operazioni ha contribuito a smantellare le reti di trafficanti che operavano nel Sinai, contribuendo a ridurre gli episodi di espianto di organi.
Ma stando ad alcune recenti testimonianze, sembra che queste pratiche siano state esportate in Libia.
Una prima importante segnalazione di traffico di organi arriva da Palermo, dove Nuredin Atta Wehabrebi, il primo trafficante divenuto collaboratore di giustizia in Italia, ha raccontato agli investigatori di questa pratica raccapricciante.
"Talvolta i migranti non hanno i soldi per pagare il viaggio che hanno effettuato via terra, né a chi rivolgersi per pagare il viaggio in mare," avrebbe raccontato Wehabrebi agli inquirenti. "Mi è stato raccontato che queste persone vengono consegnate a degli egiziani, che li uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche."
Wehabrebi non sarebbe quindi stato coinvolto in prima persona nel traffico di organi, ma la sua testimonianza è ritenuta attendibile dalla Procura di Palermo in quanto l'uomo era in stretto contatto con alcuni tra i più importanti trafficanti della rete che opera in Libia, e in particolare con Ermias Ghermay e Fitiwi Abdrurazak che gli avrebbero riferito queste informazioni.
"L'attendibilità [di Wehabrebi] nasce dal fatto che era uno dei capi dell'organizzazione dei trafficanti, e fin dal 1998 era stato in Libia," ha spiegato a luglio durante una conferenza stampa Maurizio Scalia, Procuratore aggiunto di Palermo. "Coabitava con uno dei quattro principali trafficanti che agiscono a Tripoli e Bengasi, cioè Abdrurazak, eritreo. Ha parlato anche di Ermias, tuttora latitante, come uno dei principali trafficanti."
Rimane tuttavia difficile ottenere una conferma tangibile del traffico di organi, "anche in considerazione del fatto che questa attività, ove venisse svolta, è avvenuta in territorio libico durante il percorso dalla zona Sub-sahariana fino alla Libia," ha specificato Scalia.
Certo è che le dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia alle autorità italiane ha portato, a luglio scorso, all'arresto di 38 persone accusate a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, di esercizio abusivo dell'attività di intermediazione finanziaria e di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, tutti aggravati dal carattere transnazionale dell'organizzazione criminale — rendendo Wehabrebi perlomeno un teste credibile.
Un'ulteriore riscontro è stato fornito nelle scorse settimane da un medico milanese, Paolo Calgaro, che lavora nel pronto soccorso dell'Ospedale San Carlo Borromeo.
Calgaro ha scritto in una lettera pubblicata dal quotidiano Avvenire che l'11 agosto ha visitato nel pronto soccorso dell'ospedale un uomo di 42 anni con passaporto sudanese, portato in ospedale dai gestori di un centro di accoglienza per migranti in transito.
I membri dell'associazione pensavano che fosse polmonite, ma quando il medico ha iniziato a effettuare la visita si è accorto di una cicatrice sul fianco sinistro dell'uomo.
Il sudanese ha allora raccontato a Calgaro di essere stato segregato in Libia dai trafficanti, e che "16 mesi fa è stato condotto in un isolato ambulatorio per eseguire prelievi ematici. Ma si è svegliato due giorni dopo con quella dolorosa ferita chirurgica sul fianco e la spiegazione che gli era stato prelevato, senza alcun consenso, il rene sinistro per darlo a un amico del padrone."
Il medico, che si è definito incredulo, ha quindi disposto un esame radiologico, che ha confermato il racconto del migrante. Avvenire ha constatato che l'uomo era davvero stato ospite del centro di accoglienza per transitanti, ma nel frattempo del sudanese si sono perse le tracce.
Questa è forse la testimonianza più forte di quanto sembra stia accadendo ai migranti in Libia, un ulteriore orrore a cui sono sottoposti coloro che tentano il viaggio verso l'Europa.
"Noi non abbiamo avuto notizie di queste persone sottoposte in Libia, almeno fino al 2015-2016, questa novità la stiamo apprendendo adesso," spiega don Zerai. "Però sicuramente dopo lo smantellamento [delle reti di trafficanti] del Sinai, so che molti di questi trafficanti si sono spostati verso il sud dell'Egitto e si sono infiltrati nel territorio libico, per cui potrebbe essere che quelli che lo facevano nel Sinai hanno iniziato a farlo in Libia, questo non mi stupisce," aggiunge.
Sicuramente, se confermati, i drammatici racconti dei migranti che hanno visto adulti e bambini morire a causa di questa pratica vanno ad aggiungersi a una serie infinita di soprusi - violenze, stupri, rapimenti, ricatti - già denunciati da ONG e associazioni.
"Questo ulteriore elemento," commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, "conferma un quadro complessivo di trattamento inumano da parte della catena del traffico che parte dal centro dell'Africa, arriva fino alle coste libiche e lì trova il suo picco di cattiveria e brutalità."
Il suo auspicio è che da parte di Amnesty International parta una ricerca più approfondita e specifica sul traffico d'organi in nord Africa, fenomeno su cui la ONG non si è ancora dedicata per mancanza di forze e risorse.
Secondo Noury, c'è bisogno di un intervento politico per cercare di affrontare la piaga del traffico d'organi, con un'evoluzione delle politiche immigratorie in favore di canali sicuri perché migranti e rifugiati possano raggiungere l'Europa.
"Dobbiamo avere delle politiche in tema di immigrazione che tolgano il destino e la vita e l'incolumità fisica di centinaia di migliaia di persone dalle mani della criminalità organizzata," dice a VICE News. "È evidente che fino a quando persone saranno costrette a stare nella precarietà più assoluta senza aiuti umanitari o a mettere la loro vita nelle mani di bande criminali, queste cose continueranno."
Sull'importanza di un'azione politica di contrasto al fenomeno è concordo don Zerai, che dopo anni di sollecitazioni alle istituzioni - dal Parlamento Italiano, a quello europeo, all'Interpol - chiede uno sforzo diplomatico da parte dei governi occidentali per fare pressione sui paesi in cui i trafficanti sono liberi di agire.
"È la politica che deve fare qualcosa, perché la magistratura ha una giurisdizione limitata," spiega a VICE News. "Bisogna seguire il flusso di denaro, si deve partire da lì, dai soldi che partono da Europa, Stati Uniti e Canada per pagare il riscatto dei sequestrati, per arrivare poi ai veri mandanti criminali. In questo senso non è che sia stato fatto molto: c'è stato qualche arresto qua e là, però la lotta da fare è molto lunga."...
(Vice News)

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