Capanne e mangiatoie vuote...




Francesca de Carolis non lo sapeva e lo scopre con voi: la sua angosciata confidenza natalizia, quasi una confessione, proposta a tutti noi come ‘editoriale’ per conto di Remocontro. Non solo Gatto Randagio quindi, e non solo i versi di Giuseppe Ungaretti. Perché ciò che scrive Francesca de Carolis, forse lei non lo sa, ma è spesso poesia.



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Avrei voluto raccontarvi una favola di Natale… ma Gatto Randagio non ha fatto altro che girare intorno a capanne e mangiatoie vuote, e vuota, la mangiatoia, l’ha trovata anche questa mattina… che la realtà è ancora la stessa, quella così crudamente rappresentata nel presepe allestito lo scorso anno (ricordate?) nel carcere di Catanzaro… Dove non c’è natività, nessun bambinello sulla paglia, ma più in là, accanto al mare, dove si allunga l’ombra funerea di grattacieli, in uno scenario stranito, c’è il corpo riverso del piccolo Aylan, che tutti i bambini della Siria, anzi tutti i bambini vittime della violenza adulta, ha rappresentato e ancora rappresenta. Perché la realtà è ancora questa. Abbiamo annegato il bambinello, scriveva allora Claudio Conte, che quel presepe aveva creato. Lo abbiamo annegato e poi massacrato, in scenari degni della strage di Erode…
E oggi non se ne è trovato un altro da mettere nel presepe…
Perché in troppi affannati, i bambini, a fuggire per scampare a bombe, assedi, e violenze d’ogni genere… perché in troppi sono morti, dopo aver visto e subito l’insostenibile. Sono volati via, vuole credere il gatto randagio, perché hanno un messaggio urgente da portare a chi li possa ascoltare.
“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Dirò tutto…”. Ricordate? All’inizio dell’anno, mi sembra, girò la foto di un bambino di tre, quattro anni, e queste erano le parole che gli attribuiva la didascalia. Chissà se vera, chissà se falsa… e anche lì ci fu allora un modesto dibattere. E lo sappiamo, “ogni fotografia attende di essere spiegata o falsificata”, come spiega Susan Sontag ( “Davanti al dolore degli altri”). Ma ciò che importa è che quella frase è comunque di sostanziale, bruciante verità. Perché qui, sulla terra, sembra non ci sia più nessun adulto in grado di ristabilire la giustizia, ma i bambini, che un Padre sempre lo cercano, non hanno perso la speranza che da qualche parte più in alto, un padre saggio e giusto pure si trovi…
Rimangono, sulla terra, accanto a loro, padri che guerre e barbarie hanno reso tragicamente impotenti… Rimangono madri, che non possono, anche loro, che fuggire proteggendo con i loro corpi i figli…
C’è un passo dei vangeli apocrifi, che mi viene ora in mente. Racconta (vangelo dello pseudo-Matteo) che Giuseppe e Maria in fuga dai soldati di Erode si rifugiarono, insieme a dei ragazzi che erano con loro, in una grotta. All’improvviso dalla grotta uscirono molti draghi e vedendoli i ragazzini si misero a gridare dallo spavento, ma Gesù bambino scese dal grembo della madre, si mise ritto in piedi di fronte ai draghi, e quei nostri si inchinarono davanti e lui e si allontanarono.
Ecco, ho trovato la favola da raccontarvi.
E sarebbe bello poter credere a schiere di bambini che, alzandosi ritti in piedi, allontanino per sempre draghi alati e mostri marini. Sarebbe una favola bellissima, ma si fa fatica, guardandosi intorno, a credere…
Non per intristirvi, ma le parole del natale che riesco a pensare oggi, sono quelle che esattamente un secolo fa scrisse Giuseppe Ungaretti. Lette la prima volta nell’antologia delle scuole medie, e mai più dimenticate. La poesia porta la data del 26 dicembre del 1916.
Ungaretti era tornato a casa in licenza, veniva dal fronte tremendo della prima guerra mondiale. Altre guerre infuriano, ma il pensiero rimane lo stesso sussurro:

“Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa posata
in un angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo”

E va letta e scritta così, con lo spazio di sussulti, che non vogliono punteggiatura.
Non si può fingere di dimenticare, di non sapere, neanche per un giorno. Pensiero che ritorna, ogni anno. Ogni anno sempre uguale e sempre diverso. Ma sempre la stessa è la preghiera. E le capriole, di fumo, quattro e più di quattro, ancora invadono, come spettri, il focolare…
Buon natale a tutti…

(RemoContro)

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