Ad #Aleppo uccisa anche la percezione del dolore altrui...




Sentimenti imbrigliati da geopolitiche, diplomazie e logiche di guerra, piange Francesca de Carolis, parlandoci del film “Houses without Doors – Aleppo vista dal balcone di casa”, del giovane regista d’origine armena Avo Kaprealian.
Nel film non si fanno analisi, non si cercano ragioni, che possano aiutarci a giustificare l’ingiustificabile. Siamo semplicemente di fronte alla tragedia, nuda.
Fouad Roueiha, giornalista italo siriano, “le riprese sono di poco tempo fa, ma quello che avete visto, in questo momento, temiamo, già non c’è più”.


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Pensando ad Aleppo… e all’occidente che non c’è… chiedendosi perché le cronache intorno all’agonia, alla caduta e morte di una città dove oggi, qualcuno ha scritto, muore la civiltà, non ha portato in piazza persone, come per altre genti s’è pure fatto. Cos’è che ci muove, quando davanti al dolore degli altri… cos’è che non ci ha mosso… come se la gente di Aleppo fosse un po’ troppo più “altra”…
Come imbrigliati anche noi da geopolitiche, diplomazie e logiche di guerra, ibernati ad aspettare a distanza di sapere chi vince chi. Ma non sarà la sconfitta delle forze che abbiano deciso incarnare in questo momento “il male assoluto” a metterci l’animo in pace. Che ancora una volta, forse, non abbiamo scelto di scendere in campo in difesa dell’uomo…
E se volete davvero capire cosa significa essere in trappola, cos’è successo alla gente assediata d’Aleppo, appena possibile andate a vedere “Houses without Doors – Aleppo vista dal balcone di casa”, del giovane regista d’origine armena Avo Kaprealian, che nel novembre di quest’anno è stato premiato come miglior documentario internazionale al Torino film festival.
“Houses without Doors” è stato proiettato questa settimana, lunedì, a Roma, all’Apollo11. Un film, recitava l’invito, “importante e bello”.
Il film è bellissimo, se si può usare questo aggettivo quando si affondano le mani in tanto dolore…
Non vi aspettate trama, che il racconto è quello senza trama della tragedia della guerra. Non vi aspettate scelte di campo, che chi quella guerra conosce sa bene quanto sia articolato e delicato lo scenario, come ha ricordato, presentando il film, Donatella della Ratta, esperta di media arabi, profonda conoscitrice della Siria.
Kaprealian, semplicemente accendendo una piccola telecamera sul balcone di casa, racconta quello che succede nella vita di una famiglia sulla linea del fronte di Aleppo, in quel quartiere della zona est, Al Midan, dove si sono rifugiati molti sfollati siriani. Lo stesso quartiere che cento anni fa aveva accolto gli Armeni al tempo del genocidio.
Guarda dentro e guarda fuori, l’occhio di Avo Kaprealian, attraverso le inferriate del balcone, sulle strade del quartiere che l’assedio deforma, sui percorsi sgranati di tutti i giorni, sui gesti straniti, meccanici a volte… sulla polvere, sullo sgretolarsi delle cose, lo sbriciolarsi delle vite… Dalla prospettiva limitata di quel balcone della guerra sembra non si veda nulla, eppure si vede tutto, mentre l’assedio ti piomba addosso con la voce di echi distorti…
Forse la parte più straordinaria di questo lavoro è la colonna sonora. Allucinata di suoni di battaglie lontane e vicine, impastata alla voce della polvere, del fumo, della paura, di storie infrante, tiene legati a un filo sospeso di ansia.
Quando l’occhio che riprende si volge all’interno della casa, la guerra arriva attraverso i notiziari, a schizzi, qua e là, nel frullare dei programmi della tv… è nella voce del padre del regista, che dice al figlio ‘stai attento, che la polizia potrebbe vedere la telecamera’… la vedi, la guerra, nel gesto di panni stesi sul grigio, nei bambini che, come tutti i bambini del mondo, giocano con fucili giocattolo intorno al tavolo… la leggi nelle parole dei loro occhi diventati adulti in fretta, che del dramma della vita hanno già capito tutto.
Si intrecciano, alle immagini di Aleppo assediata, rimandi al genocidio armeno perpetrato dai Turchi. Un altro dramma che, sembra dirci Karealian, è ancora lo stesso dramma… E ci propone un racconto senza trama, perché non ha bisogno di trame il racconto della capacità di distruzione dell’uomo.
Nulla di ordinario o di scontato in questo film. Cercatelo, andatelo a vedere, e lasciatevi spiazzare, fin dal primo fotogramma… che inizia con una breve sequenza del “El topo”. Alejandro Jodorowsky. L’avete a suo tempo visto? Io, devo essere sincera, non ce l’ho mai fatta… In questa prima scena, il protagonista porta il suo bambino a seppellire nel deserto il suo giocattolo e l’immagine della madre. Termina, anche, il film, con un’altra scena di “El topo”, quella in cui, in uno scenario zuppo di sangue, è ancora il bambino a dare il colpo di grazia a un uomo morente. Così, senza emozione… una gelida necessità.
In “Houses without Doors – Aleppo vista dal balcone di casa” non si fanno analisi, non si cercano ragioni, che possano aiutarci a giustificare l’ingiustificabile. Siamo semplicemente di fronte alla tragedia, nuda.
A margine. Se vivete a Roma, o vi trovate a passarvi per un po’, fate attenzione alla programmazione dell’Apollo 11, cinema sul confine del quartiere Esquilino, che ha spesso in cartellone filmati che difficilmente troverete nei circuiti “ufficiali”, e offre sguardi preziosi sul mondo. Come questo che ci ha regalato il giovane regista, insieme all’associazione BIDAYYAT بدايات che da alcuni anni sostiene la gran parte dei videomaker indipendenti siriani.
Lunedì scorso, qualcosa in più avreste capito anche voi ascoltando, alla fine della proiezione, le parole di Fouad Roueiha, che è giornalista italo siriano, e il suo viso mi è sembrato profilo di signore assiro… la sua dolente commozione, difficile da controllare, al pensiero che “le riprese sono di poco tempo fa, ma quello che avete visto, in questo momento, temiamo, già non c’è più”...

(RemoContro)

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