TRA LA VITA E LA MORTE DENTRO UN OSPEDALE DA CAMPO A SIRTE, IN LIBIA...




La 1a puntata del diario di Nancy Porsia su TPI racconta l'atmosfera che ha vissuto all'ospedale da campo libico mentre prosegue l'offensiva contro l'Isis

DiARIO DI NANCY PORSIA. SIRTE, LIBIA -- È notte fonda e Marwan fa ancora la spola tra lo stanzone della villa adibita a pronto soccorso e la 4x4 attrezzata ad ambulanza. Controlla e ricontrolla i contenitori a bordo dell’auto, conta le garze e le scatole di anestetici.
“Domani i nostri ragazzi lanceranno una nuova offensiva sul fronte”, dice con voce persa. Quasi trentenne, volontario delle Libyan Red Crescent da dieci anni, Marwan da cinque mesi vive nell’ospedale da campo alla periferia ovest di Sirte, dove gruppi armati libici combattono l'Isis.
Sguardo perso nel silenzio notturno, Marwan sospira. “Sai, la mia paura più grande è quella di ritrovarmi a recuperare il cadavere di un mio amico o di uno dei miei fratelli che sono sul fronte”. Nervoso, rigira tra le mani le scatole di farmaci. Finalmente si decide ad abbandonare le sue ossessioni e chiude il portellone dell’auto.
Un breve saluto ai medici e agli infermieri ancora alle prese con gli ultimi preparativi nel tendone attrezzato per la terapia intensiva, e poi insieme ci incamminiamo verso la villa adiacente. Superiamo le barriere a zig zag e il fossato che marcano l’ingresso del complesso, classiche misure di sicurezza contro eventuali autobombe. D’altronde l’ospedale da campo tirato su qualche chilometro più avanti verso il fronte, ha già subito due attacchi kamikaze. 
Lungo la strada che corre dritta verso le postazioni dell’Isis, scorgiamo la moschea e voltiamo a destra. In una sorta di foresteria da mesi sono accampati dottori, infermieri e autisti d’ambulanza, tutti volontari. Ahmed, uno degli autisti e cuoco ufficiale della grande famiglia, sta preparando la cena per tutti con l’aiuto del dottor Mohamed, con ancora indosso il suo camice verde. Un via vai continuo tra gli stanzoni affollati di materassini e valige. I ragazzi non hanno nessuna voglia di andare a dormire. 
Marwan mi fa spazio nell’angolo di una stanza. “Sistemati qui”, mi dice. Poi indicandomi un gruppo di ragazzi, continua: “Vuoi giocare con loro a carte?”. Stremata, rifiuto l’invito e chiedo al mio vicino di branda: “Ma non siete stanchi?”. Ali, camice blu e un cappellino con visiera orientata verso il soffitto che gli dà un’aria da rapper statunitense, mi sorride e dice: “Siamo abituati. Oggi non ci sono stati morti sul fronte e il morale è alto. Ma domani ci aspetta una giornata intensa”. 
Evidentemente da queste parti i ragazzi si sono abituati alla guerra, ma non alla morte. E continuano a esorcizzare la morte con la vita. Mi addormento mentre dottori, infermieri e autisti continuano a giocare.
All’alba sono già tutti in piedi. “L’offensiva dei nostri è cominciata”, mi dice Marwan. Ahmed prepara il caffè per tutti. Uno a uno i ragazzi si infilano nelle auto-ambulanza. “Stai attenta, mi raccomando”, mi dicono mentre vado via. E qualcuno con voce incerta saluta: “Ci vediamo stasera”...
(The Post Internazionale)

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