Quelli che scappano da Mosul...




di William Booth e Loveday Morris – The Washington Post

Sono migliaia, organizzano fughe di fortuna per sfuggire alle violenze dello Stato Islamico e stanno già riempiendo i campi messi in piedi per accoglierli




Giovedì migliaia di persone si sono riversate fuori dai quartieri orientali di Mosul tenendo in mano delle bandiere bianche e spostandosi in convogli di camion ribaltabili, pullman dell’esercito e auto familiari. Sono il primo grande gruppo che scappa dalla città irachena occupata dallo Stato Islamico (o ISIS), dove abitano ancora più di 1,2 milioni di persone. Le forze di sicurezza irachene hanno iniziato ad avanzare dentro l’area urbana di Mosul dopo avere cominciato un’offensiva per la riconquista della città due settimane fa; intanto sono stati messi in piedi dei campi per gli sfollati, che però hanno una capienza non superiore a 60mila persone.
Il flusso delle persone, tra cui diversi pastori che spingevano greggi di pecorelontano dalla zona dei combattimenti, si è trascinato fuori da Mosul percorrendo strade molto trafficate e si è diretto verso un campo per sfollati sulle rive del fiume Khazir. Il campo può contenere mille famiglie, ma si sta già riempendo rapidamente. Durante la fuga, alcune di queste persone sono sembrate quasi frastornate dalla sensazione di sollievo: facevano il gesto della “V” di vittoria quando incrociavano i soldati iracheni e curdi diretti verso le zone dei combattimenti. Le ragazze e le donne che a Mosul erano costrette a indossare un velo nero sul volto, se lo sono tolte e hanno lasciato che il vento scompigliasse loro i capelli. Per quasi due anni e mezzo queste persone hanno vissuto sotto lo Stato Islamico a Mosul, di fatto la capitale irachena del gruppo. È stato nella moschea centrale della città che due anni fa il leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi, ha annunciato la creazione del suo Califfato, esortando i musulmani di tutto il mondo a seguirlo.
Ora i comandanti delle forze irachene dicono che è solo una questione di tempo prima che Mosul venga riconquistata, anche se nessuno è sicuro di quali potrebbero essere le conseguenze per i civili ancora intrappolati all’interno della città. Con l’avanzata delle truppe del governo iracheno, nella notte tra mercoledì e giovedì Baghdadi ha diffuso un messaggio audio in cui ha esortato i suoi seguaci a continuare a combattere. «O voi che cercate il martirio! Iniziate ad agire!», ha detto Baghdadi secondo una traduzione del messaggio audio fornita dalla società americana SITE Intelligence Group, che si occupa di organizzazioni jihadiste. «Decimate i loro territori e fate scorrere fiumi del loro sangue». Stando agli analisti, è la prima volta che il capo dello Stato Islamico esorta personalmente i suoi combattenti a mantenere la disciplina sul campo di battaglia. Alcuni comandanti iracheni hanno detto che dei combattenti dello Stato Islamico e le loro famiglie si sono spostati dalla zona orientale di Mosul verso ovest o addirittura in Siria, benché sia difficile verificare queste ricostruzioni.
Giovedì il numero dei civili in fuga è aumentato «in modo significativo» quando i combattimenti si sono spostati dalle cittadine fuori Mosul verso i quartieri più popolosi della città, ha detto Alvhild Stromme del Norwegian Refugee Council, una ONG umanitaria norvegese che si occupa dei diritti degli sfollati. Secondo Stromme, almeno mille famiglie sono scappate da Mosul, anche se il conteggio dei nuovi arrivati è ancora in corso. Sabah Noori, un portavoce delle forze speciali irachene, ha detto che circa 5mila persone sono scappate dal quartiere orientale di Gogjali, nel quale sono entrate martedì le truppe irachene, e che altrettante sono rimaste nella zona. L’esercito iracheno ha anche detto che giovedì ha attaccato il quartiere di Intisar, penetrando ulteriormente nell’area urbana di Mosul.
«Per il mondo siamo morti, ma Dio non ci voleva ancora», ha detto Saad Fahad, un uomo di 46 anni fuggito da Gogjali. Quando gli è stato chiesto come erano stati i suoi ultimi giorni, Fahad ha risposto: «È stato un orrore, sinceramente». Fahad ha raccontato di essersi nascosto con i suoi familiari sotto una scala, nel bagno della loro casa e di essere poi fuggito con altre 40 persone della sua famiglia allargata all’interno di quattro veicoli, sui cui tettucci erano impilate sedie, biciclette e materassi. I pianali dei loro pickup erano pieni di bambini. Prima di scappare si erano ridotti a mangiare solo pane e tè. I negozi del loro quartiere avevano finito il cibo due o tre giorni fa ed erano rimasti chiusi durante i combattimenti, ha raccontato Fahad. Uno dei suoi cugini si è rasato da poco e ha detto che è stato un sollievo potersi sbarazzare della lunga barba che lo Stato Islamico imponeva agli uomini. Ma Fahad ha raccontato che «il peggio non è stato la barba o il divieto di usare cellulari o di fumare, ma la pressione psicologica. Ti rifiuti di fare qualcosa? Ti chiamano infedele e potrebbero portarti via».
Ahmed Mohammad è un operaio di 33 anni in viaggio con altri 23 membri della sua famiglia. Ha raccontato che quando uno dei primi soldati iracheni è entrato nel suo quartiere martedì notte, «sono corso fuori di casa e gli ho baciato gli stivali». Ahmed, che ha chiesto che non venisse riportato il suo cognome perché alcuni dei suoi parenti sono ancora a Mosul, ha detto che l’estremità orientale della città è stata la prima a essere bombardata dalle forze irachene e poi dallo Stato Islamico. «Stanno morendo molti civili», ha detto: «se hai un’auto, te ne vai. Se non ce l’hai, provi a scappare a piedi». Secondo Ahmed, Mosul si svuoterà, perlomeno nei quartieri dove i combattimenti sono più intensi. «Rimarranno soltanto i pastori per proteggere gli animali».
Le forze armate irachene stanno cercando di fare il possibile per far restare le famiglie nelle loro case, nella speranza di arginare una crisi umanitaria che l’Iraq purtroppo non è attrezzato a gestire. Nel corso della guerra tra Iraq e Stato Islamico sono state già sfollate all’incirca 3,4 milioni di persone. Intanto le truppe irachene stanno perquisendo le case in cerca di combattenti dello Stato Islamico che cercano di mischiarsi ai civili. Dhiab, un uomo giovane che non ha voluto dire il suo cognome e ha lasciato Mosul sul retro di un camion ribaltabile, ha detto che sarà difficile convincere le persone a restare, perché la popolazione è traumatizzata. Poco prima dell’inizio dei combattimenti, ha raccontato, alcuni miliziani dello Stato Islamico hanno intensificato le ricerche di spie e di membri di gruppi ribelli. I miliziani chiedevano alle persone di identificarsi per poi controllarne i nominativi negli elenchi che tenevano sui loro computer portatili. «Un cellulare era una condanna a morte», ha detto Dhiab. «Eri un ex membro della polizia? Stessa cosa».
© 2016 – The Washington Post

(IL Post)

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