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La boxe per salvarsi dal #jihad La sfida della palestra belga...




Una giornata intorno al ring di Emergence XL, fondata a Bruxelles da un ex campione di pugilato: accoglie i ragazzi a rischio con un mix di sport e formazione professionale



Il segreto sta nella fatica. «La boxe è già jihad», dice Abdel, nel senso originario della parola araba: «È igiene di vita, allenarsi, mangiar sano, dormire bene, e non fare sciocchezze, altrimenti sul ring non ci sali». Ci vuole impegno, sforzo: jihad.
Figlio di marocchini emigrati in Belgio, Abdel El Ouadi, 30 anni, ha imparato la lezione e adesso la trasmette a un ragazzo in canottiera verde che picchia contro i suoi «guanti da passata». «Sono stato pugile — sorride — sono diventato allenatore. E devo tutto a Béa Diallo».
Nel nome di Béa
Questa palestra, in una strada anonima di Ixelles, nell’area metropolitana di Bruxelles, oltre la sala da «Thé berbero» e il ristorante «Medina», si deve a lui, già campione del mondo di boxe, oggi consigliere provinciale socialista nella capitale. 
È un’idea che gli è venuta guardando la tv, racconta Abdel: «C’era un servizio sulla rete francese TF1 che parlava di un centro sportivo a Le Havre per recuperare i ragazzi sbandati». Perché non aprirlo anche qui? si è detto Béa. «La boxe contro il jihad», quello sbagliato, la guerra dei fanatici islamici al mondo. Del resto, anche la sua carriera da pugile, come accade spesso, era stata una storia di riscatto.

La resurrezione
Nato in Liberia da padre guineano e madre senegalese, Diallo aveva sperimentato il razzismo nelle strade di Parigi, il migliore amico aveva perso un occhio in un’aggressione di skinheads; trasferitosi a Bruxelles adolescente, aveva formato la banda dei «Giustizieri» e aveva partecipato alle battaglie di strada. Poi un giorno aveva infilato i guantoni ed era risorto, arrivando a indossare la cintura dei pesi medi. 
È da tutta questa vicenda che è nata «Emergence XL», con il parquet chiaro, gli attrezzi laccati di rosso, il ring nel mezzo, un via vai di giovani, ma anche donne, un progetto per gli anziani di Villa Acacia, un altro per i malati di Parkinson, una fila di bimbetti con i trolley della scuola accompagnati da mamme velate. Il programma più importante si chiama «Au top pour un job», sottolinea il coach El Ouadi: una dozzina di ragazzi per volta, disoccupati e fuori dai circuiti di reinserimento sociale, dieci settimane di allenamento al mattino e di corsi al pomeriggio, quattro settimane di stage nelle imprese. «Ottanta per cento di riuscita», rivendica: la maggior parte, alla fine, trova lavoro. «Dal 2009 abbiamo formato quasi 300 giovani.
Il coach
Come li selezioniamo? La motivazione, innanzi tutto: chi viene a bussare alla nostra porta già vuol dire che ha voglia di provarci. E poi, ovviamente, l’impegno».
Abdel è convinto che funzioni perché è anche nella sua esperienza: «Sono nato e cresciuto a Molenbeek», il Comune dell’area di Bruxelles da dove sono partiti i terroristi degli attentati in Francia e in Belgio. «E se non avessi incontrato la boxe, anche io…». Ne ha visti tanti finire male, racconta. «Ero nervoso, grasso, chiuso in me stesso, covavo rabbia. Avevo provato con il karate, ma mi mancava il contatto fisico. È stata la boxe a salvarmi. E ovviamente Béa». Per i ragazzini belgi Diallo è una figura carismatica, spiega il coach, «lo guardavamo in tv ammirati come fosse Rocky, lui sa parlare ai giovani».
Contro il radicalismo
Negli ultimi anni le sue prediche sono state rivolte contro l’islam radicale. «Questi ragazzi sono molto vulnerabili — ha spiegato Diallo in una recente intervista — sentono che il mondo è ingiusto, e pensano di poter esserne giustizieri… Io sono consapevole che è la boxe che mi ha permesso di diventare l’uomo che sono. E ora cerco di trasferire questa forza e gli insegnamenti ricevuti a una generazione a volte perduta, che si cerca, che si sente scollata dalla società…». 
Abdel riascolta le parole del maestro e annuisce: «Ci vuole fatica, ma si riesce»...

(Corriere della Sera Esteri)

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