Obama, promessa mantenuta a metà su Guantanamo: gli Stati Uniti consegnano i detenuti ai regimi dittatoriali...




L'ex-detenuto di Guantanamo di origine siriana Jihad Diyab durante la fase più dura del suo ultimo sciopero della fame per chiedere il ricongiungimento con la sua famiglia. Montevideo, Uruguay, 9 settembre 2016. REUTERS/Andres Stapff



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Mentre prosegue la smobilitazione della prigione militare americana di Guantanamo, sull'isola di Cuba, e i vari detenuti vengono smistati in giro per il mondo, anche negli angoli più remoti, non si fermano le polemiche sul “come” l'amministrazione Obama stia mantenendo una delle promesse principali fatte nel 2008 dal Presidente americano.
Lo scorso 8 settembre il portavoce militare John Filostrat, citato dal quotidiano Miami Herald, ha annunciato nuove dismissioni: “Siamo scesi a 61 detenuti” ha dichiarato annunciando la chiusura definitiva del Campo 5, all'interno di un progetto di forte riduzione del personale sull'isola fino a 1950 militari e 400 civili. 15 delle persone ancora detenute a Guantanamo si trovano segregate nel Campo 7, la struttura di massima sicurezza della base in cui sarebbe detenuto il pakistano Khalid Sheikh Mohammed, la “mente” dell'11 settembre come egli stesso ha affermato, mentre gli altri 46 si trovano nel Campo 6, una struttura a media sicurezza dove possono pregare e mangiare assieme.
“Mentre continuiamo a ridurne l’attività al punto che abbiamo 40-50 persone e una struttura multimilionaria per ospitarle” ha detto Obama i primi di settembre parlando dal Vietnam “il popolo americano si chiede perché dovremmo spendere denaro su questo quando potremmo spenderlo per altre cose”.
E tutti gli altri che fine hanno fatto? Facendo i conti della serva infatti sono ben 800 le persone detenute a Guantanamo dal 2002 a oggi ma sono molti di meno quelli a cui sono stati notificati capi d'imputazione e che sono stati successivamente rinviati a giudizio. Fondamentalmente a Guantanamo si resta sulla base del sospetto e non del diritto.
Qualcuno è stato liberato e oggi si trova a fare i conti con i fantasmi degli orrori subiti in quella prigione, mentre molti altri sono stati riassegnati ad altre strutture detentive: due casi piuttosto recenti sono quelli di Tariq al-Sawah, cittadino egiziano in precarie condizioni di salute mandato in Bosnia, e Abd al-Aziz al-Suwaidi, cittadino yemenita riassegnato in Montenegro, entrambi il 21 gennaio scorso. Giudicati da un tribunale federale americano a loro carico non sono emerse responsabilità.
Di recente ha fatto invece molto clamore la storia di Mohammedou Ould Slahi: cittadino mauritano detenuto a Guantanamo per 15 anni nonostante un giudice federale l'avesse giudicato innocente, ordinandone il rilascio nel 2010, che ha trovato la forza di scrivere 400 pagine di appunti diventati un libro “12 anni a Guantanamo”, edito da Piemme. La vita spezzata della famiglia di Slahi è un altro, paradossale, elemento della drammatica storia del mauritano. C'è poi la vicenda di Jihad Ahmed Diyrab, il prigioniero 722, 44enne siriano nato in Libano, arrestato in Pakistan a novembre del 2001 e spedito a Guantanamo: protagonista di diverse proteste e scioperi della fame durante tutto l'arco della sua detenzione, Diyrab è stato estradato in Uruguay nel 2014, dove ha ottenuto l'asilo politico: vive in un piccolo appartamento di Montevideo ed è stato recentemente intervistato dal quotidiano La Diaria, al quale ha denunciato le difficoltà che sta incontrando per ricongiungersi con la sua famiglia. “Il mese prossimo si sposa mia figlia e io ho chiesto ad Allah che […] io possa vedere la mia famiglia e stare con loro”. E se il governo uruguayano sta facendo “tutto il possibile” per rendere possibile il ricongiungimento le variabili indipendenti sono innumerevoli: Usra al-Husein, moglie di Diyrab, si rifiuta di raggiungerlo a Montevideo dalla Turchia, dove vive da rifugiata, e molti paesi hanno negato l'autorizzazione al transito del cittadino siriano. Turchia compresa.
Una storia ancor più incredibile l'ha raccontata al Guardian Lutfi Bin Ali, tunisino oggi 51enne che ha trascorso 13 anni nella prigione di Guantanamo: attualmente vive in un villaggio della steppa in Kazakhstan, una città famosa per essere un ex-sito di test nucleari del regime sovietico. Secondo una valutazione interna alla struttura carceraria fatta nel 2004 Bin Ali sarebbe dovuto essere rilasciato o estradato, giudicato anche dal Dipartimento della Difesa come detenuto “a basso rischio”.
Bin Ali chiese di non essere estradato nel suo Paese, la Tunisia, perché essendo stato accusato di“terrorismo” (accuse poi cadute) avrebbe rischiato il carcere anche lì, e come lui anche diversi ex-detenuti yemeniti, libici ed altri tunisini hanno avanzato la stessa richiesta, impauriti dal finire da un inferno ad un altro. “Mi hanno spiegato che il Kazakistan era un paese musulmano, che aveva un sistema sanitario eccellente e che avevano un programma per prendersi cura di lui. Dopo due anni sarebbe stato libero di andarsene. Niente di tutto ciò che mi è stato detto si è rivelato essere vero” ha dichiarato il suo avvocato americano Mark Denbeaux. In Kazakhstan Bin Ali, ed altri quattro prigionieri estradati, è stato alloggiato sin da subito in una gelida casa di Semey, città a maggioranza musulmana ma dove d'inverno le temperature sono tutt'altro che arabe, sfiorando i -30. A Semey trascorse cinque anni di confinamento anche Fëdor Dostoevskij, dove scoprì di soffrire di epilessia e sprofondò nella depressione.
I problemi per gli ex-detenuti di Guantanamo in Kazakhstan sono molteplici, quotidiani, spiccioli: non trovano scarpe della loro misura, in pochissimi parlano inglese e nessuno conosce le lingue arabe. Il freddo invernale, l'alto livello di radiazioni ancora esistente, la carenza di assistenza medica, l'impossibilità per loro di lasciare i confini della città (una “sorpresa”scoperta all'arrivo) sono tutti elementi che rendono ancor più insopportabile l'ingiustizia subita. Uno di loro era Asim al-Khalaqi, yemenita trasferito a Kyzylorda e morto per complicazioni cardiache note da tempo.
Gli americani hanno deciso di affidarsi al resto del mondo per risolvere la gravosa situazione di Guantanamo ma unendo il lungo filo rosso che unisce queste vicende si osserva come si stia cercando di risolvere un torto torcendo ulteriormente le regole e il diritto: il Kazakhstan, non esattamente un campione di democrazia, sta “facendo un favore agli americani” e questi ultimi, una volta ottenuto il “sì” altro non fanno che lavarsi le mani di persone arrestate dalla CIA per volontà della stessa agenzia, detenute dalla CIA, interrogate e torturate dalla CIA in condizioni di assoluta illegittimità. Molti, di fronte all'evidente innocenza, sono ancora confinati, a Guantanamo o altrove.
“Dopotutto Bin Ali potrebbe essere un pericoloso terrorista” sostengono le autorità kazake “ma gli viene erogato un assegno, gli è garantito l'accesso ai farmaci e un ampio appartamento”. Una prigione dorata nella quale da anni è in attesa che venga chiuso il fascicolo a suo carico o di essere portato a processo da chi lo ha arrestato nel dicembre 2001.

Certo è che anche i kazaki hanno le loro ragioni ma qui la questione attiene sempre al diritto e, in particolar modo, agli americani che hanno arrestato centinaia di persone senza prove, detenendole per anni senza accuse e senza processo ma lasciando che il resto del mondo giudicasse quelle persone sulla base del luogo in cui si trovavano detenuti. Guantanamo è stata, in tal senso, produttrice di sospetto e di morte, garanzia di arbitrarietà messa in pratica da chi negli ultimi decenni ha preteso di esportare con le armi “i valori dell'occidente”, tra i quali dovrebbe esserci lo stato di diritto. Dovrebbe...
(International Business Times)

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