Fuga da Mosul, dramma umano e pasticcio militare...




Save the children, lancia l’allarme al mondo: le condizioni degli uomini, delle donne e dei bambini in fuga dai villaggi aalle porte di Mosul, un segnale di ciò che potrà accadere quando la battaglia arriverà nella città dove si trovano più di un milione di civili. Un milione di persone in fuga disperata è il timore, in quella che potrebbe rivelarsi come la peggiore crisi umanitaria in Iraq negli ultimi anni. Poi il grande pasticcio militare di alleati che preferirebbero scannarsi tra di loro, prima di fare la guerra a Isis



Prosegue senza sosta la fuga dei civili da Mosul, ultimo baluardo dell’Isis in Iraq. Oltre duemila persone stanno tentando di attraversare i confini siriani per entrare nella regione Rojava, a nord della Siria, territorio sotto controllo curdo. La notizia della fuga dei civili è stata diffusa dalle milizie delle Unità di Protezione Civile curde tramite i social e si stima civili in fuga da Mosul verso la Siria e la Turchia, dopo l’offensiva alleata, potrebbero raggiungere i centomila.
I terroristi dell’Isis stanno cercando di impedire che i civili lascino la città. Secondo il The Guardian i combattenti jihadisti avrebbero creato dei posti di blocco in corrispondenza delle arterie principali di Mosul. Come fa sapere il ministro della Difesa francese Jean Yves Le Drian, i combattimenti potrebbero protrarsi anche per molti mesi. Ciò che si teme maggiormente, in questo momento, è il possibile utilizzo di armi chimiche contro la popolazione inerme e in previsione di un possibile attacco con armi chimiche, la Croce Rossa Internazionale è stata equipaggiata in modo tale da poter far fronte ad eventuali contaminazioni.
Quello che preoccupa maggiormente è il disastro umanitario all’orizzonte. Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef, fa sapere che «gli sfollati in Iraq superano i tre milioni, ai quali bisogna aggiungere un milione di civili in fuga da Mosul. Metà di queste persone sono bambini, che necessitano di un intervento tempestivo e di una protezione internazionale immediata. Il rischio è quello di assistere ad una seconda Aleppo». Partita difficile quella appena iniziata. Anche i comandi militari alleati che avevano sparso ottimismo, ora parlano di almeno due settimane per entrare in città, e due mesi per liberarla.
In attesa del Natale della Mosul liberata, crescono intanto le tensioni interne alla coalizione anti Isis, lacerata da ostilità e diffidenze incrociate. Le milizie sciite, per cominciare. Washington, a fare da prima della classe e su spinta della Turchia ha ribadito di non volersi coordinare con loro, sebbene operino sotto l’ombrello governativo di Baghdad. I gruppi legati a Teheran si difendono e garantiscono: non cerchiamo vendetta sui sunniti. Poi le truppe curde, i peshmerga, che stanno pagando il prezzo più alto di perdite in questa fase della battaglia, ma che non potranno entrare -dicono- nella Mosul liberata perché città storicamente contesa tra curdi e arabi.
Troppi interessi contrastanti tra le forze ‘alleate’ in campo. Intento, chi si trova oggi sul campo di battaglia? Le forze irachene e quelle straniere. Iraq: ci sono le forze di sicurezza governative, esercito, polizia federale e unità speciali di contro-terrorismo a cui si affiancano le milizie sciite, le Unità di Mobilitazione Popolare. Sono in teoria sotto Baghdad e il suo comandante in capo, ma nella pratica hanno la loro agenda e potrebbero sorprenderci in futuro. All’interno di queste milizie non ci sono solo sciiti ma anche unità turkmene e cristiane come la Brigata Babilonia, gruppo caldeo. Si tratta di soggetti che intendono tornare nelle zone intorno Mosul a maggioranza cristiana o sciita, comunità sradicate da Daesh.
Spostandoci nel Kurdistan iracheno abbiamo i peshmerga, anche loro segnati da fratture interne. Alcune unità sono sotto il Kdp, il partito del presidente Barzani, altre sotto il Puk, la fazione avversaria di Talabani, e altre ancora nate all’interno del Puk ma da cui si sono scisse. E poi migliaia di peshmerga “indipendenti”, per lo più presenti al confine con la Siria e a Sinjar, che hanno legami con i curdi siriani, con piani diversi: rifondare il Kurdistan storico. Sul piano internazionale, sappiamo, la coalizione a guida Usa, con alcuni paesi particolarmente attivi come gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, l’Italia – presente nella diga di Mosul (dicono non per combattere) – e l’Australia.
Poi c’è la Turchia, al momento il principale ostacolo perché non intende coordinarsi con il governo iracheno ma solo con Barzani e le tribù sunnite che addestra da tempo. Ankara non vuole andarsene dall’Iraq, sulla base di quelli che chiama “diritti storici” su Mosul. Un approccio pericoloso, quello con la storia, visto che ognuno se racconta come meglio la gradisce, e la possibilità che altri, nel nome della storia, vadano a stuzzicare la Turchia in casa. Fondamentale comunque per Ankara, impedire la nascita di un grande Kurdistan tra Iraq e Siria ai confini con i 12,15 milioni di curdi che ha in casa.
Stessa battaglia, guerre diverse. Il governo iracheno a guida sciita e l’Iran vorrebbero riprendere Mosul, evitare la divisione del paese e cancellare non solo Isis ma tutti i gruppi estremisti sunniti Turchia e Stati Uniti vogliono esattamente all’opposto, mentre Erbil parla autonomia curda e sogna l’indipendenza. Mosul non come fine del conflitto, ma l’inizio, temono molti analisti. Un inizio avvelenato da rese dei conti possibili sui civili e da migliaia di miliziani islamisti in fuga. Fuga verso dove? Rapporti credibili parlano di un probabile ritorno dei foreign fighters ai paesi di origine attraverso la Turchia, da cui sono anche entrati. Poi saranno pessimi affari tutti nostri...

(RemoContro)

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