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Cento connazionali vivono lì o sono in trasferta. Ma la Farnesina lo sconsiglia. Le storie da Bengasi, Tripoli e Ghat. Tra golpe e spari. «I rischi? Parte del gioco»....




Cento connazionali vivono lì o sono in trasferta. Ma la Farnesina lo sconsiglia. Le storie da Bengasi, Tripoli e Ghat. Tra golpe e spari. «I rischi? Parte del gioco».



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Sono un centinaio. Alcuni vanno e vengono dall'Italia, altri risiedono lì.
Di diversi la Farnesina ha notizia, di altri no perché non si registrano sempre all'unità di crisi.
Risiedono a Tripoli, ma si spostano per lavoro verso Misurata, Bengasi e anche centri dell'entroterra come Ghat, dove nel settembre 2016 sono stati rapiti altri due italiani.
Lettera43.it ha potuto parlare con alcuni dei connazionali che continuano a vivere o a trascorrere lunghe trasferte in Libia, nonostante il ministero degli Esteri lo sconsigli «fortemente e assolutamente».
UNA CALMA APPARENTE. Vivono «silenti» nella capitale che, assicurano, è «tranquilla».
Nei locali e in molte attività «non si ha affatto percezione» della violenza che dal 2011 destabilizza l'ex jamahiriya di Muammar Gheddafi.
Anche la sera dell'ultimo sventato golpe «non si è sparato un colpo», raccontano, «non ce n'è stato bisogno, le forze della security locali si erano ammutinate».
La gran parte della popolazione ha appreso dai resoconti dei media degli strani movimenti all'Hotel Rixos e negli altri luoghi dove si era tentato l'ennesimo colpo di mano.
VETERANI DEL PAESE. Alcuni degli italiani contattati frequentano Bengasi, dove dei quartieri sono dal 2014 teatro di scontri a fuoco, e hanno cantieri in corso anche Ghat, l'insediamento del Fezzan al confine con l'Algeria.
Non hanno paura dei rapimenti, assicurano, o se ce l'hanno ci convivono. Qualcuno di loro ha anche lasciato testamenti in Italia.
La Libia è il loro Paese d'adozione: ci lavorano in molti casi da e decine decine di anni, conoscono gli altri italiani (inclusi i sequestrati) e spiegano di conoscere abbastanza bene anche il territorio e chi lo controlla.

A Tripoli crisi di contanti e meno armi in giro: «Qui comandano le milizie»

La città di Tripoli, in Libia.
La città di Tripoli, in Libia.
A Tripoli, per esempio, comandano le milizie.
La città è ordinata e la gente composta anche se, da quasi un anno, la crisi di liquidità costringe molte famiglie abituate al benessere a vivere con poche decine di euro razionate al giorno.
Ogni mattina si creano file ai bancomat per il limite giornaliero sui prelievi, i prezzi dei beni di consumo si stanno impennando e capita sempre più spesso di non avere contanti per pagare la spesa ai supermarket.
IL PREMIER SERRAJ IMPOTENTE. I conti sono congelati come gli stipendi di tanti dipendenti pubblici, incluse le milizie che nel post Gheddafi rispondevano al ministero della Difesa.
Tanti libici sono scontenti del premier del governo di unità nazionale Fayez al Serraj che «è una brava persona, ma è impotente: non ha risolto la crisi economica e fa gli interessi della Nato e dei governi stranieri».
Spesso saltano l'elettricità e i collegamenti internet: in altri Stati la popolazione civile sarebbe scesa in piazza a manifestare o sarebbero esplosi tumulti.
Ma in Libia no: «I residenti stanno dando una straordinaria prova di resistenza e civiltà come forse non accadrebbe in Italia. Anche perché temono ritorsioni dei gruppi armati. Le milizie di Misurata hanno inviato rinforzi a Tripoli nell'ultima settimana, in appoggio a Serraj», raccontano i nostri connazionali.
CONTROLLO DEL TERRITORIO. Rispetto ai mesi prima dell'accordo per il governo di unità nazionale, «ci sono meno armi in giro e c'è più controllo del territorio».
Ma l'unico corpo davvero irregimentato in un apparato statale è ancora la «polizia municipale».
Quanto di «più simile a un esercito sono le forze del generale Khalifa Haftar», che però dal parlamento controllato nell'Est ha rifiutato l'esecutivo legittimato dall'Onu di Tripoli.
Un quadro ben lontano dalla stabilità: Serraj può cadere in qualsiasi momento. Ma in questi cinque anni di anarchia politica e militare diverse aziende del comparto di ingegneristica, delle costruzioni e dell'energia non si sono mai fermate in Libia.
Anche in questi giorni assumono italiani o appaltano commesse all'estero.

Contractor nelle costruzioni e nel petrolio... E nella security

L'azienda Bonatti lavora anche in Libia.
(© Ansa) L'azienda Bonatti lavora anche in Libia.
Compagnie libiche e straniere hanno uffici aperti a Tripoli e anche a Bengasi.
L'ex jamahiriya di Gheddafi continua a offrire «discrete opportunità lavorative» per tecnici e personale qualificato, anche italiani.
Si arriva spesso a Tripoli via Tunisi e Misurata: una volta atterrati, ci si muove scortati fino all'ingresso nella capitale, «dove i caffè sono pieni di gente».
«Un 10-15% della popolazione simpatizza per i gruppi di estremisti islamici, per il resto Tripoli, Bengasi e anche negli altri centri si può vivere tranquillamente all'occidentale», precisano alcuni connazionali.
Un italiano a Tripoli, in pianta stabile da mesi, ci racconta che ha segnalato la sua presenza alla Farnesina e non può, per ragioni di sicurezza, far trapelare nulla della sua identità.
Ha un permesso di soggiorno e per ottenerlo gli hanno fatto le «lastre», come a centinaia di altri immigrati in fila: la pressione dei migranti è un problema anche per la Libia.
NEL 2015 IL SEQUESTRO BONATTI. A chi viene e va basta invece un visto temporaneo e ottenerlo non è difficile, specie se si lavora o si è titolari di aziende come la Bonatti dei quattro italiani (due dei quali uccisisequestrati nel 2015 sulla via per l'impianto di Mellitah, vicino a Tripoli.
Il loro manager e responsabile locale della logistica è indagato per omicidio colposo e violazione delle normative sulle condizioni di lavoro.
Anche per i lavoratori stagionali o temporanei la prudenza impone l'anonimato.
Lettera43.it ha parlato con un contractor (i moderni ''mercenari'') di una società di costruzioni attiva in Libia dagli Anni 50 e con «incarichi attualmente anche a Bengasi e Ghat»: dove cioè i «colleghi e conoscenti» Danilo Calonego e Bruno Cacace sono stati rapiti insieme con un canadese durante un trasferimento.
MERCENARI ANCHE ITALIANI. I due veterani della Libia del gruppo cuneese Conicos che stava ristrutturando l'aeroporto sono probabilmente nelle mani di predoni algerini, che si spera non rivendano gli ostaggi al terrorista e grosso trafficante algerino Mokhtar Belmokhtar (Mr Malboro), super ricercato della rete di al Qaeda nel Maghreb (Aqmi) che imperversa nella zona.
Ma per chi fa affari in Libia i rischi fanno parte delle regole del gioco: «Come ai tempi dell'anonima sequestri, allora non si andava più in Sardegna?», affermano gli ingegneri contractor.
Poi ce ne sono altri - anche italiani - in giro nel Paese, assoldati da compagnie private di security «inglesi e irlandesi», ripresi a Sirte dove va in scena la battaglia contro l'Isis.
Le armi restano l'affare più grosso in Libia...

(Lettera 43)

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