AFGHANISTAN, QUINDICI ANNI DOPO...




Il 7 ottobre del 2001 gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan: fu l’inizio della guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti



Il 7 ottobre del 2001 le truppe degli Stati Uniti iniziarono a bombardare l’Afghanistan dei Taliban e di al-Qaeda. Quindici anni dopo, la guerra in Afghanistan è diventata la campagna militare più lunga mai combattuta da Washington.
Il recente disimpegno delle truppe statunitensi è stato drastico, dai 100mila soldati di alcuni anni fa agli attuali 8.500. Ma mentre le forze americane si sono ritirate, migliaia di Taliban hanno fatto scattare un’offensiva senza precedenti e alcune province sfghane rischiano di passare sotto il controllo dei miliziani islamisti, mentre la capitale Kabul continua a essere scossa da attentati suicidi.
Le truppe afghane sembrano incapaci di contrastare questa prepotente campagna e centinaia di bare tornano dal fronte ogni mese. Le condizioni dei civili non sono migliori: migliaia di famiglie vivono da sfollate a causa di quindici anni di guerra e in moltissimi tentano di raggiungere l’Europa.
La situazione politica è confusa, a causa della declinante influenza americana e dell’incapacità della classe dirigente di costruire un’alternativa al di là degli accordi con i capi tribù locali.
Quindici anni dopo la percezione è di essere tornati al punto di partenza e il contesto è simile a quello della ritirata sovietica del 1989, prima che i mujahedeen prendessero il potere nel 1992.
Dal 2002 a oggi gli Stati Uniti hanno speso oltre 500 miliardi di dollari per la missione in Afghanistan, la maggior parte in operazioni militari e circa un quinto, 113 miliardi di dollari, in investimenti per la ricostruzione.
Tuttavia la nazione resta una delle più povere al mondo, con oltre 10 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà e tre quarti della popolazione ancora analfabeta, secondo le stime della World Bank.
Inizialmente la missione era sembrata facile allo stato maggiore americano: nel 2001 i Taliban erano stati rapidamente sconfitti e le truppe di mujahedeen erano in rotta, al pari dei miliziani di al-Qaeda che avevano trovato rifugio nel paese.
Ma nelle impervie montagne del Pakistan i jihadisti riuscirono a raggrupparsi nuovamente e a organizzare la loro lenta e sanguinosa controffensiva a colpi di attentati nelle principali città del paese. Una lunga serie di autobombe, imboscate e attacchi suicidi.
Finché negli ultimi mesi gli insorti hanno lanciato incursioni in diverse aree del paese, oltre a una serie di sanguinosi attacchi che hanno colpito la capitale Kabul. 
La maggior parte delle operazioni è rivolta a nord, in territori in cui storicamente ed etnicamente la loro influenza è inferiore che a sud, dove invece traggono sostegno dalla popolazione pashtun. 
Da almeno cinque anni, il nord è oggetto di una costante strategia di penetrazione, culminata con la conquista di Kunduz di fine settembre 2015. Benché breve e simbolica, la presa della città settentrionale segnala quanto precari siano i progressi fatti in questi anni dalle forze di Kabul. Unama, la missione dell’Onu in Afghanistan, stima per ben 165 distretti su 398 un rischio alto o estremo; 27 province su 34 hanno almeno un distretto con questi livelli di pericolosità.
In Afghanistan è riuscita a infiltrarsi anche una “branca” locale dell’Isis, nell’area a sud di Jalalabad, lungo la strada che porta a Peshawar, al confine con il Pakistan. Il sedicente Stato islamico ha rivendicatol’attentato che ha causato la morte di oltre 80 persone durante una manifestazione organizzata dalla minoranza sciita degli hazara a Kabul il 23 luglio 2016.
A maggio scorso, gli Stati Uniti hanno annunciato l’uccisione per mezzo di un drone di Akhtar Mansour, il leader dei Taliban succeduto nel luglio del 2015 al Mullah Omar, fondatore del movimento e tra i terroristi più ricercati al mondo, dopo la diffusione della notizia della sua morte, avvenuta in realtà due anni prima. 
L’elezione di Mansour aveva diviso il movimento, ma negli ultimi mesi era riuscito a compattare le file dei miliziani ottenendo la fedeltà dei parenti del Mullah Omar e conquistando importanti successi sul campo, tra cui l’occupazione temporanea della città di Kunduz. Mansour si era sempre rifiutato di partecipare ai colloqui di pace con il governo afghano ed è stato sostituito da Mawlawi Haibatullah Akhunzada alla guida del movimento.
L’Italia è in Afghanistan dal gennaio 2002 ma l’impegno militare vero e proprio è cominciato nel 2003, quando la Nato assunse il comando della missione Isaf (International security assistance force) che aveva il mandato dell’Onu per sostenere il governo afghano nella guerra contro i Taliban e al-Qaeda. La nuova missione, Resolute support, non è più una missione di combattimento, ma solo di addestramento delle forze locali.
All’inizio l’impegno militare italiano era limitato alla capitale Kabul, poi dal giugno 2005 l’Italia ha assunto il comando della regione di Herat, nell’ovest del paese. Dal contingente iniziale di 2.250-3.000 persone, la presenza italiana si è progressivamente ridotta a circa 750 militari, tra membri dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e carabinieri.
Dall’inizio della missione Isaf sono morti 52 militari italiani in Afghanistan, di cui 31 a causa di attentati o scontri armati.
(The Post Internazionale)

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